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Arte e creatività: una lettura psicologico-analitica
Dott. Rosario Puglisi, Psicologo analista CIPA e membro IAAP, Casarano (Lecce).
L’attenzione all’immaginario che si
trova alla radice dell’esplorazione dell’inconscio collettivo sta
anche alla base dell’interesse per l’arte e la creatività.
C.G.Jung
si inserisce in modo significativo nel dibattito sulle relazioni tra
psicologia e arte, e il contrasto con Freud si fa sentire anche in
questa tematica.
Jung
evidenzia i rischi della metodologia freudiana, che rivolgendosi
agli antecedenti psicologici rintracciabili alla base dell’opera, si
allontana insensibilmente dal soggetto facendo di ogni artista un
caso clinico e di ogni opera d’arte una malattia.
Crocevia
tra l’aspetto archetipico, l’aspetto culturale e l’aspetto
personale, la produzione artistica ha un posto importante nella
ricerca junghiana.
Per Jung
l’opera d’arte è una produzione che va oltre l’individuo poiché il
suo significato non è rinvenibile nella condizione umana che lo ha
prodotto.
“Per
dare all’opera ciò che le è dovuto, è necessario che la psicologia
analitica escluda completamente ogni pregiudizio di carattere
medico, poiché l’opera d’arte non è una malattia è quindi richiede
un orientamento del tutto diverso da quello medico”.
Continuando la citazione di Jung:
“L’orientamento esclusivo verso i fattori personali, che è richiesto
dalla ricerca della causalità personale, non è assolutamente
ammissibile per l’opera d’arte, poiché qui non si tratta di un
essere umano ma di una produzione che va oltre l’individuo.
Si
tratta di una cosa che non ha personalità e per la quale quanto è
personale non può essere un criterio di giudizio.
La
vera opera d’arte trae il suo significato particolare dal fatto che
è riuscita a liberarsi dalla stretta e dall’ostacolo di quanto è
personale, lasciando lungi da sé ogni elemento caduco e contingente
dalla pura personalità”.
Ancora
Jung:
“Il
suo senso e il suo carattere ( parlo ovviamente dell’opera d’arte in
ogni sua forma) sono in essa e non nelle condizioni umane che
l’hanno preceduta; quasi si potrebbe dire che essa l’utilizza l’uomo
e le sue disposizioni personali semplicemente come terreno
nutritivo, impiegandone le energie secondo leggi proprie, e
modellando se stessa secondo ciò che vuol divenire”
(estratto da “Psicologia analitica e l’arte poetica”, 1922 ).
Se,
infatti, il rischio dell’ermeneutica freudiana è rappresentato dalla
tentazione psicobiografica, dalla riduzione dell’opera alla vita del
suo autore, il pericolo in cui può incorrere tuttavia questo
approccio junghiano consiste nella tendenza a considerare l’opera,
specie quella forma di “creazione visionaria” di cui
parla lo stesso Jung, come un terreno nel quale va unicamente
rintracciata l’azione dei vari archetipi.
Scindere
elementi personali, archetipici e culturali, privilegiando uno solo
di questi fattori, non consente una piena comprensione del prodotto
artistico.
Fermandosi sull’esame del processo creativo Jung giunge a istituire
una polarità che designa come contrasto tra “simbolico”
e “non simbolico”.
Di fronte
all’intenzione creativa, che sorge e si sviluppa come una forza
autonoma nell’artista, questi può reagire in due modi: o cercando di
identificarsi con essa e di porsene a capo, plasmandola il più
possibile secondo la propria intenzione, e si avranno allora forme
più compiute ed esiti esteticamente più soddisfacenti; o accogliendo
la sostanziale estraneità dell’opera come un processo che non può
essere del tutto guidato e assimilato.
In questo
caso insomma, l’opera si sviluppa nell’artista come un “complesso
autonomo”, e quindi più facilmente si farà portatrice di un
contenuto simbolico che Jung delinea in modo conforme alla voce
Simbolo delle definizioni posto in conclusione a
Tipi psicologici (1921).
Egli
parla, infatti, di “….un linguaggio gravido di significati, le
cui espressioni avrebbero valore di veri simboli, poiché esse
esprimono nel modo migliore cose ancora sconosciute, e sono come
ponti gettati verso una riva invisibile”.
Quindi,
la psicologia analitica considera l’impulso creativo “un
complesso autonomo” che ha una vita psichica indipendente
dalla coscienza.
Le sue
origini non sono da ricercarsi solamente nell’inconscio personale
dell’autore, perché in questo caso si tratterebbe di arte “sintomatica”
e non “simbolica” (pensiamo alle nevrosi
dell’artista), ma vanno ricercate in quella sfera della mitologia
inconscia le cui immagini primordiali sono date da quelle proprietà
comuni all’umanità che l’inconscio collettivo conserva e attiva come
possibilità di rappresentazione, per cui l’opera d’arte ci offre una
perfetta immagine che, sottoposta ad analisi, si rivela nel suo
valore di simbolo, di possibilità archetipica di immagini
primordiali.
A questo
proposito Jung precisa che “…non esistono rappresentazioni
innate, ma possibilità innate di rappresentazioni che pongono limiti
definiti alla fantasia più audace, cioè esistono categorie
dell’attività della fantasia, in certo qual modo idee a priori di
cui l’esistenza non è dimostrabile senza l’esperienza.
Esse
appaiono solamente nella materia formata, quali principi regolatori
della sua formazione; il che significa che noi non possiamo
ricostruire il modello primitivo dell’immagine primordiale se non
per mezzo di conclusioni tratte dall’opera finita.
L’immagine primordiale o archetipo è una figura, demone, uomo, o
processo, che si ripete nel corso della storia ogni qual volta la
fantasia creatrice si esercita liberamente.
Essa è
in prima linea una figura mitologica. Esaminandola da presso,
notiamo che essa è in certo qual modo la risultante di innumerevoli
esperienze tipiche di tutte le generazioni passate. Si potrebbero
scorgere i residui psichici di innumerevoli avvenimenti dello stesso
tipo. Essa rappresenta una media di milioni di esperienze
individuali e dà un immagine della vita psichica,suddivisa e
proiettata nelle forme multiple del pandemonium
mitologico”. (estratto da
“Psicologia analitica e l’arte poetica”, 1922 ).
Quando la
fantasia creatrice si esercita liberamente, dunque si scatenano
queste immagini primordiali nelle quali risuona la voce stessa
dell’umanità.
L’artista
che le impiega è come se parlasse con mille voci, elevando ciò che è
precario all’eterno.
Ogni
relazione con l’archetipo, vissuta o espressa, è “commovente”
nel senso che agisce sprigionando in noi una voce che,
mediata dall’artista, lavora all’educazione dello spirito.
Un
importante contributo sulla “personalità creativa” si
trova in un famoso saggio di Neumann ( 1955) dal titolo
“L’uomo creativo e la trasformazione”.
Riallacciandosi all’ipotesi di Jung sull’esistenza di un istinto
creativo, Neumann delinea le caratteristiche sull’uomo
creativo, il cui tratto principale è quello di muoversi
mantenendosi in equilibrio tra lo sviluppo dell’Io e il mondo
inconscio, sia nella sua valenza personale che collettiva.
L’individuo creativo rimane aperto all’inconscio, ma il suo contatto
con l’immaginario non si traduce in un assorbimento, in
un’inflazione, come invece accade ad esempio allo psicotico.
Proprio
l’azione di un complesso personale diviene la via per accedere al
patrimonio archetipico.
Neumann
rileva un sottile legame tra creatività e sofferenza psichica.
L’artista
tende a non sanare le sue ferite attraverso un progressivo
adattamento al collettivo, ma, mantenendole aperte, utilizza la
sofferenza quale mezzo per far affiorare dalle profondità psichiche
la forza risanatrice della creatività.
L’esistenza di una correlazione tra sofferenza psichica ed arte,
supportata anche dalla mia esperienza analitica nel corso di lavori
di analisi su artisti, non si inquadra in un approccio causale che
considera l’opera quale prodotto della malattia, ma va visto
all’interno di una prospettiva finalistica che proietta ogni
accadimento ed ogni fenomeno psichico in un progetto di cui è
necessario scoprire il senso.
Creare,
dunque, è per l’artista un tentativo di scoprire ed affermare la
propria identità, guarendone scissioni e ferite, è un modo di
entrare in relazione con l’inconscio, iscritto in quella generale
attitudine creativa nei confronti della vita che costituisce una
potenzialità presente in ciascun essere umano, attitudine sulla
quale tutti gli junghiani sostanzialmente concordano.
Come
Neumann vede, infatti, nella psiche uno spazio, un luogo di capacità
e attività creative, così Hillman collega la creatività sia nei suoi
aspetti costruttivi che distruttivi, con il “fare anima”,
con quel processo di creazione, ingenerazione, risveglio,
illuminazione ed individuazione dell’anima, intendendo
con anima il regno dell’immaginale, quella prospettiva particolare
delle cose, quella zona intermedia tra l’individuo e il mondo
esterno, quel momento riflessivo nel quale gli eventi vengono
trasformati in immagini.
L’immaginazione creativa è considerata dunque una componente
psichica fondamentale da cui dipende la possibilità di prendersi
cura dell’anima e delle sue immagini, cura che caratterizza
l’approccio della scuola archetipica dell’arte.
Il
profondo rapporto tra creatività ed individuazione, la visione
dell’opera come luogo dove l’artista cura le sue ferite e lavora
alla propria trasformazione, non solo possono essere viste
attraverso un approccio misto all’arte che parte da prospettive
teoriche differenti, ma in molti casi possono essere anche
colti all’interno di un
modello
iniziatico che rintraccia nel prodotto artistico quelle dinamiche di
morte e rinascita al centro dei rituali di iniziazione.
Quindi,
sia la prospettiva iniziatica che quella mistica
adottata da Neumann nell’individuare le radici del fenomeno creativo
in quella “Grande esperienza della realtà unitaria”,
rendono visibile il rapporto esistente tra una funzione creativa
della psiche, particolarmente operante nell’artista, ed una funzione
religiosa, esprimendo intenti che verrebbero sostanzialmente a
coincidere nello sforzo di rinnovamento da una parte e nel contatto
con il numinoso dall’altra.
Merita
qualche considerazione a parte la questione del rapporto tra arte e
psicoterapia.
Jung è
stato tra i primi, se non il primo, ad introdurre nella psicoterapia
attività di carattere artistico (in particolare il disegno e la
pittura). Lo spunto è da cercare nella sua autoanalisi; in
esperienze importanti quali la stesura del Libro rosso,
una messa in bella forma, attraverso disegni e testi poetici, dei
contenuti dei sogni e delle fantasie sviluppate con la tecnica
dell’”immaginazione attiva”.
A
proposito della costellazione dell’ambito artistico da parte di Jung,
in connessione o meno con le vicende dell’autoanalisi, vanno anche
ricordati il disegno dei mandala, la stesura dei Septem
sermones ad mortuos (1961) e le attività con la pietra, che
Jung considerava materiale ricco di valenze simboliche.
Una volta
fissata l’immagine, il problema nel lavoro analitico
diviene quello di elaborarla.
Questa
elaborazione procede lungo una duplice direzione.
Il
“principio della comprensione” che mira ad estrarre subito
il “senso”, o un senso dall’immagine; e
il “principio della raffigurazione”, che invita ad
indugiare presso di essa, arricchendola, dandole una forma sempre
più rotonda, per cui il disegno può diventare dipinto, e il
resoconto scritto, poesia o racconto.
Tutte
questa pratiche, che io, ormai da tempo, svolgo all’interno del mio
lavoro analitico con alcuni dei miei pazienti, costituiscono utili,
e a volte necessari, esercizi di amplificatio
dell’immagine, perché la mettono a fuoco meglio, ne precisano i
tratti e le implicazioni, permettendole così di svolgere fino in
fondo il ruolo terapeutico che è racchiuso proprio nella sua qualità
di immagine, e che, in sintesi, è quello di tradurre in forma
percepibile pulsioni, affetti ed
emozioni.
Bibliografia
-
Jung
C. G. , Psicologia analitica e arte poetica, (1922) in
Opera vol. 10 (tomo primo) . Boringhieri Torino 1985.
-
Jung C. G. ,
Tipi psicologici, (1921) in Opera vol. 6.
Boringhieri Torino 1988.
-
Jung C.G.,
Septem Sermones ad Mortuos, (1961) Giovanni Oggero,
Carmagnola 1989.
-
Neumann E.,
L’uomo creativo e la trasformazione , Saggi Marsilio 1993
-
Neumann E.,
Storia delle origini della coscienza, Astrolabio Ubaldini
Roma 1978.
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