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Struttura e forma: pensieri sparsi
sul ruolo
dell'ingegnere e dell'architetto
nella concezione del patrimonio artistico edilizio
Mentre scrivo mi domando per quale
motivo lo stia facendo. Perché sento il bisogno di buttar giù questi
commenti e questi appunti su un tema di questo tipo? La mente torna
alle tante discussioni che in passato, quando ancora studiavo
Ingegneria, sostenevo, e che tuttora ancora mi trovo talvolta a
sostenere con amici e conoscenti architetti su questioni riguardanti
la concezione delle opere architettoniche, e il ruolo che le due
figure dell’ingegnere e dell’architetto hanno nella comune prassi
edilizia moderna. Mi rendo allora conto, ripensando a questi
episodi, che queste discussioni nascono da un profondo senso di
insoddisfazione che mi ha sempre pervaso, fin dai tempi
dell’adolescenza, quando, insieme ai normali turbamenti tipici di
quell’età, vivevo un senso di disagio e di disorientamento per via
della difficile convivenza tra una natura sensibile al bello, alla
forma, all’immagine, anche e soprattutto mentale, che mi portava
all’introspezione e ad una irrefrenabile voglia di tendere all’
“oltre” tutto ciò che fosse immediatamente percepibile, e una
tendenza altrettanto imperiosa che mi spingeva verso la precisione,
il calcolo, il rigore formale e strutturale tipico delle scienze
matematiche e cosiddette “esatte”.
Ricordo ancora l’emozione che provai
quando, per la prima volta, aprii una copia lisa e bistrattata de
“L’interpretazione dei sogni” di Freud, da cui fui attirato mentre
curiosavo in una bancarella del centro storico. Avevo 16 anni.
Nemmeno a dirlo, a quei tempi non capii moltissimo di quel che
leggevo, era il primo passo in un mondo che per me era un terreno
totalmente sconosciuto, ma era nettissima l’impressione di “trovarmi
a casa”, che qualcuno stesse in qualche modo verbalizzando,
spiegando, analizzando così mirabilmente impressioni, sensazioni,
immagini… in una parola, un mondo interiore che fino a quel momento
avevo solo vissuto, esperito, a volte anche subìto, ma che mai avrei
pensato potesse essere descritto in quel modo. Ne rimasi
affascinato. Negli anni seguenti ho continuato a cercare, di
riferimento in riferimento, e a documentarmi per quanto le mie
capacità e conoscenze del tempo mi permettevano, e nel giro di
qualche anno arrivai anche a Jung, con “L’uomo e i suoi simboli”.
Ero più che mai stimolato a seguire le innumerevoli suggestioni di
carattere mitologico, simbolico e umanistico disseminate nel testo.
Scoprivo quindi uno Jung maturo, che esponeva una sintesi
divulgativa della sua sterminata opera. Negli stessi anni, però, mi
era capitata per le mani anche la “Storia della matematica” di Carl
Boyer, che mi aveva suscitato entusiasmi non meno vivi. Parallela
all’interesse per la psicologia, correva dunque la curiosità per le
non meno affascinanti conquiste dell’astrazione logico-matematica.
Che ci siano delle analogie, non solo formali, tra questi due
aspetti apparentemente inconciliabili del pensiero, comincio
nebulosamente ad intuirlo solo adesso; all’epoca non potevo certo
saperlo.
Quello che sapevo invece era che, alle
soglie dell’iscrizione all’università, non avevo idea di quale
percorso scegliere, ed ero scisso tra le mie due tendenze
contrastanti. Alla fine decisi per Ingegneria, spinto tanto da
motivi di carattere pratico che dalla voglia di esplorare e
coltivare anche il mio lato “matematico” che in quel periodo
richiedeva attenzioni altrettanto, e forse più, imperiose che non i
miei studi umanistici. Continuavo nel frattempo ad alimentare, seppur in
forma contenuta, i miei interessi per il mondo psichico.
Man mano che andavo avanti con i miei
studi ingegneristici, però, mi rendevo sempre più conto che il mio
dissidio interiore si riproponeva su scala sociale e collettiva,
sfiorando da vicino una vera e propria schizofrenia professionale.
Vedevo nei cantieri quanto la prassi quotidiana dell’edilizia sia
privata che pubblica fosse caratterizzata da una quasi assoluta
mancanza di dialogo tra progettisti architettonici e strutturali,
quanta reciproca diffidenza ci fosse, e ci sia tuttora, tra le
categorie dell’ingegnere e dell’architetto. Quanto, soprattutto,
questa realtà fosse radicata nella mentalità corrente e spicciola di
tali figure professionali che, nella migliore delle ipotesi,
ignoravano l’una il lavoro dell’altra, arrivando al contrario
nell’eventualità peggiore a delegittimarsi e svalutarsi apertamente
l’un l’altra, in un gioco di rimozioni e formazioni reattive
esasperate per cui gli ingegneri tendono a disprezzare ogni
riferimento all’estetica e alla forma, irrigidendosi in uno sterile
concetto di funzionalismo utilitaristico fine a sé stesso, mentre
gli architetti tendono a rifiutare a priori come “grigie” e
“opprimenti” tutte le argomentazioni tendenti a riportare un senso
di praticità e realizzabilità statica negli sterili esercizi
stilistici in cui molti di loro si prodigano. Come è facile
constatare quotidianamente, creato un luogo comune, questo tende a
riproporsi e a rinforzarsi quasi per inerzia, se si spegne il senso
critico.
Che fine avevano fatto allora, mi
dicevo, quelle grandi figure di sintesi come Gaudì, Le Corbusier,
Wright, tanto per citarne alcune tra le più grandi? Forse che la
concezione strutturale e architettonica, l’integrazione (ovvia in
natura), anzi l’identità di forma e struttura è possibile
solo in personaggi di spicco e fuori dal comune, è frutto di talento
innato? O può essere il risultato di una lenta maturazione ed
integrazione di tendenze opposte? Questi ed altri interrogativi
prendevano sempre più corpo quanto più avevo a che fare con la
triste realtà che riscontravo girando per cantieri ed avendo a che
fare con professionisti anziani, spesso demotivati e chiusi in un
solipsismo professionale, quando non addirittura in deliri di
autocompiacimento belli e buoni. Beata ingenuità, penserà forse chi
sta leggendo queste righe, e non a torto. Come è possibile oggi, si
dirà, che possano esistere personaggi dal sapere enciclopedico, in
grado di sintetizzare conoscenze di assoluta avanguardia in più
campi del sapere? Non è forse questa l’era del pensiero debole,
della fine degli ingegni universali?Questo stato di cose, si dirà ancora,
non è forse il riflesso di una tendenza più generale, che investe la
società contemporanea?
Dall’obiettiva necessità di
specializzazione, fondamentale per restare al passo con
l’esponenziale aumento delle conoscenze in tutti i campi (compito
già arduo di per sé), è peraltro fin troppo breve il passo verso l’iper-parcellizzazione
dei saperi e la sfrenata e fanatica iper-specializzazione dei
compiti e delle competenze, in un’epoca votata alla tecnica e alla
perdita del senso. Chi mantiene il focus su dove
si va, sulla visione di base?
Ormai, per citare Psiche e techne
del filosofo Galimberti, “… noi continuiamo a pensare la tecnica
come uno strumento a nostra disposizione, mentre la tecnica è
diventata l’ambiente che ci circonda e ci costituisce secondo
quelle regole di razionalità che, misurandosi sui soli criteri della funzionalità e dell’efficienza, non esitano a subordinare le
esigenze dell’uomo alle esigenze dell’apparato tecnico.”
“Non sappia la mano destra ciò che fa
la sinistra” sembra essere il precetto evangelico che più si adatta
ai tempi moderni. Questo del resto è lo spirito che viene trasmesso
anche nelle università. Come stupirsi quindi se la tendenza di fondo
è quella che ho accennato sopra?
Tempo fa discutevo con un amico da
poco laureatosi in architettura, ma già attivo nel mondo del lavoro,
che mi confessava un notevole fastidio nel sentirsi riproporre
continuamente lo stereotipo dell’architetto “puro esteta”; non solo
estetica, argomentava, è l’architettura, ma anche e soprattutto
logica. Come dargli torto? Ogni opera artistica ben concepita
non può che essere logica, come logica è la struttura di una foglia,
come logica è la distribuzione spaziale degli atomi di un cristallo.
Una volta realizzata, un’opera d’arte non poteva altro che essere
com’è.
Questo argomento ovviamente non poteva
che colpirmi profondamente, dal momento che ho sempre aborrito le
categorizzazioni professionali nette e i luoghi comuni associati. È
per lo stesso motivo che sono sempre rimasto abbastanza tiepido di
fronte alle opere di Calatrava, che mi appaiono come semplici sfoggi
di abilità strutturale, privi di sintassi, privi di un senso
trascendente, mentre mi commuovo letteralmente davanti alle
opere di Gaudì, che è riuscito a trascendere in maniera eccelsa lo
sterile dualismo di cui parlo in queste righe, essendo stato a mio
avviso in grado, come pochi, di usare mirabilmente concetti
artificiosi, come forme, strutture, concezioni
spaziali, percorsi di equilibrio, calcoli strutturali,
né più e né meno che per quello che sono, e cioè componenti al
servizio di un tutto, di una Gestalt, che altro non è se non
l’Idea, la Visione tradotta in pietra, il senso
dell’Assoluto che lo pervadeva.
Non era del resto questo lo spirito
che un tempo muoveva i Liberi Muratori, costruttori delle grandi
Cattedrali gotiche? Questo stesso spirito permetteva agli artisti
del passato di infondere letteralmente la vita nella pietra, secondo
meccanismi proiettivi ed identificativi che Jung descriveva
analizzando le religioni primitive e il loro senso del magico,
processi che all’epoca non si potevano forse ancora dire
sincronici in senso stretto, in quanto ancora in parte pensati
come meccanismi "occulti" mediante i quali si riteneva il pensiero
direttamente in grado di produrre effetti sulla realtà.
A questo proposito Jung scrive, ne
La sincronicità:
“È ovvio
che a livello primitivo la sincronicità sembri non un concetto a
sé, ma una causalità magica. Questa rappresenta la forma
primitiva del nostro classico concetto di causalità, mentre
l'evoluzione della filosofia cinese ha sviluppato dalla significanza del magico
il concetto di
Tao, della coincidenza significativa,
ma non una scienza naturale fondata sulla causalità”
Si potrebbe quindi pensare che ci
troviamo di fronte ad un processo di individuazione collettiva che,
partendo da stati fusionali iniziali comparabili alla
participation mystique, ha attraversato la scissione sancita
dall’Illuminismo e dal Positivismo in cui la scienza e la tecnica si
sono completamente alienate dal senso e dalla razionalità
completa e piena, e che adesso pertanto richiede una ricomposizione
di tale antica frattura su un piano più elevato e consapevole. È
peraltro da notare come Richard Wilhelm, a proposito del citato
Tao, adotti proprio la traduzione di senso.
A questo proposito, tornando
all’argomentazione riguardo all’architettura logica, il
riferimento al «logos» non può che apparirmi quanto mai opportuno,
come ho già detto, ma incompleto se non associato al duale principio
di «eros» che, come passione, voglia di comunicare ed entrare in
relazione, creare unità dal diviso, trasmettere visioni, solo può
generare il Bello. Solo a partire da questa sintesi, allora, è
possibile quanto meno rendere pensabile un superamento delle
categorie esperienziali e conoscitive legate all’ingegneria e
all’architettura, e dunque un ritorno a quella che un tempo era,
molto opportunamente definita “arte del costruire”.
Lo stesso Hillman, nel suo La
giustizia di Afrodite, rileva quanto la scissione tra eros
e logos sia stata riprodotta, in ambito psicologico,
anche dalla concezione freudiana. Scrive a tal proposito:
“In verità, vorrei invitare
Afrodite nella psicologia. Vorrei immaginare una psicologia che
sviluppi idee e prassi in modo a Lei più affine. A tutt’oggi, la
psicologia e Afrodite hanno una relazione strana, per più versi
tesa.
La psicologia non è stata generosa
con questa dea, riconoscendola principalmente in astrazioni come
“il principio del piacere”, e degradando tale principio al rango
di opposto, o perfino di minaccia, al cosiddetto principio di
realtà”
Era ben chiaro il concetto già agli
antichi greci, che con il loro καλὸς
κἀγαθός
erano ben consapevoli che la semplicità sta nel proporre
qualcosa che appaia come assolutamente naturale;
semplicità viene al contrario, oggi, troppo spesso travisata con
banalità, e si assiste a giochi tanto virtuosi e velleitari
quanto sterili, in una corsa alla complessità del tutto vuota.
In verità, il concetto di
semplicità reca in sé quello di complessità; per tornare
all’esempio del cristallo, quanto è semplice la struttura cubica del
salgemma, ma quanto è stata complessa, tenendo conto della caoticità
intrinseca della natura, la produzione di una struttura così
ordinata? Senza voler andare all’idea della riproposizione nella
materia di archetipi o eidé preesistenti, chiunque
abbia un minimo di familiarità con il concetto di entropia sa
quanto sia mirabile la presenza di microcosmi ordinati in un
universo che tende, al contrario, al livellamento fusionale
primigenio.
Ebbene, l’arte del costruire, del
produrre Ordine e Bello, si è persa nella massificazione, se si pensa anche alla
concezione dei piani di studi per i corsi di laurea in ingegneria ed
architettura, che come dicevo sopra recano già ab initio la
scissione semantica e contenutistica che oggi ci troviamo a patire.
Non va meglio, a mio avviso, nemmeno con l’istituzione di corsi di
laurea, come quelli in Ingegneria Edile, cui ammetto di aver
guardato con molta curiosità e speranza all’atto della loro
creazione. Ben presto, però, dovetti disilludermi nel momento in cui
constatai che, lungi dal proporre una integrazione creativa
delle due sensibilità, estetico-sintetica e razional-analitica, si
era semplicemente portato lo scisma all’interno di una singola
figura professionale ibrida, giustapponendo discipline di entrambi i
campi e per così dire mettendo la polvere sotto il tappeto.
Veniva ad essere allora sancita la
creazione di un professionista lacerato in partenza. Di
fronte a questo stato di cose, allora, mi chiesi se non fosse
semplicemente un'illusione l’idea di poter creare ex lege
figure sintetiche come quelle che in passato hanno costellato la
storia del costruire, in grado di superare e sanare il contrasto.
Del resto, come è possibile farlo quando spesso gli stessi docenti
contribuiscono ad alimentare il clima di reciproca delegittimazione
tra i due ambiti didattici, talvolta anche con forme più o meno
inconsce di mutuo ostracismo?
Così posta, la questione parrebbe
doversi alimentare ad infinitum; in realtà, per fortuna,
negli ultimi tempi sembra diffondersi in misura sempre maggiore la
consapevolezza dell’insostenibilità di questo stato di cose, in
particolar modo tra le generazioni più giovani e motivate. È una
sensazione che avverto sempre più ogni volta che parlo con colleghi
o amici, sia ingegneri che architetti, che intervengono a vario
titolo nella concezione del patrimonio edilizio. Purtroppo però,
come spesso accade, se anche si è d’accordo sulle premesse,
raramente lo si è nel proporre possibili vie d’uscita.
Dal mio punto di vista, consapevole
come ho già detto dell’inevitabilità della specializzazione delle
competenze, non smetterò mai di insistere sulla formazione
interdisciplinare continua, sulla curiosità personale, sulla
contaminazione di generi, in una parola sulla mancanza di
autoreferenzialità professionale, da parte di chiunque. È necessario
partire da un punto di vista parziale, certo, ma è altrettanto
necessario aprirsi ai più svariati ambiti culturali e sviluppare per
quanto possibile un metalinguaggio in grado di gettare un
ponte proficuo tra le diverse figure professionali, facilitandone
l’integrazione.
Vorrei a questo punto riprendere una
questione lasciata in sospeso, ovvero la riflessione sul senso
che, sola, può ridare linfa alla moderna concezione non solo
edilizia ovviamente, ma alla produzione in generale in praticamente
tutti gli ambiti del pensiero. La natura, i greci insegnavano, è del
tutto indifferente alle vicende umane; il senso è una
categoria tipicamente umana e, come tale, è funzione della
consapevolezza dell'essere umano, del suo stato di integrità psicofisica e del
senso di continuità ed integrazione personale della propria
esistenza, tra elementi consci ed inconsci. Non stupisce quindi se
il problema del senso ricorre spesso nel dibattito filosofico (ma
non solo) dell’età contemporanea. Si pensi ad esempio alle correnti
della fenomenologia o dell’esistenzialismo, ai
contributi di Husserl e Heidegger. La società di oggi è ben lontana
dall’essere integrata, non del tutto cosciente di sé e di dove va,
rincorre l’effimero e il contingente, in una costante
presentificazione priva di prospettiva temporale. L’etica viene
allora confusa con la formazione e la produzione continua e
parossistica di regole e norme, come il dibattito politico ci
ripropone quotidianamente.
Ad una lettura psicoanalitica, non
siamo molto lontani da una incompleta interiorizzazione del Super-Io
sociale, la regola è sempre vista come un qualcosa di
arbitrariamente imposto dall’esterno, disgiunta dal suo valore etico
di regolamentazione della vita comunitaria. Peggio ancora, la norma
è spesso concepita a monte a partire da questa matrice monca
e miope. Per restare nell’alveo della lettura psicoanalitica, già
Freud, del resto, nel Disagio della civiltà pone la regola
come base del vivere civile, a prezzo comunque del sacrificio di
parte della nostra vita istintiva ed affettiva. La civiltà è sempre
in bilico, quindi, tra le esigenze del vivere comune e il
soddisfacimento dell’individualità e della realizzazione personali.
Non è forse leggibile in questa chiave
anche la quasi totale chiusura autistica delle competenze
professionali di cui scrivevo sopra? Da ingegnere,
assisto alla proliferazione ipertrofica di leggi, norme tecniche,
raccomandazioni e circolari che soffocano in una cappa di tecnicismo
la progettazione strutturale, contribuendo ulteriormente ad ampliare
il pregiudizio e a radicalizzare le posizioni che gli
architetti ripropongono dipingendo lo strutturista quasi come una
sorta di “impiegato del catasto” grigio e privo di slanci culturali
o creativi.
Questi miei pensieri sparsi non
vogliono in ogni caso essere uno sguardo pessimistico sulla
situazione attuale; ogni civiltà getta le sue ombre, e con tali
ombre deve fare i conti se vuole progredire, la perversione del
“buono” e del “bello”, a livello individuale come collettivo, nasce
(come Jung insegna) dal mancato riconoscimento e dalla mancata
integrazione di tale Ombra. Il dialogo tra le categorie consente di
conoscersi, di conoscere le proprie parti interne negate o rimosse,
permette finalmente di avviare un dialogo costruttivo. Per fare
questo, però, è necessario procedere secondo contaminazioni
consapevoli tra i generi, e costruire dei metalinguaggi
senza i quali, a mio avviso, si continuerà solo a produrre degli
sterili giochi linguistici.
Chiudo questa serie di riflessioni,
disseminate di dubbi e domande, più che di risposte, sperando di non
avere annoiato troppo chi ha avuto la pazienza di leggerle, ma
soprattutto avendo la consapevolezza di aver risposto, seppur
parzialmente e in forma embrionale, almeno alla domanda che le ha
avviate.
di Antonio Nicolosi
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