La più difficile delle arti è quella di connettere.
Bisogna che i potenti della terra la apprendano.
Pietro Citati
    STRUTTURA E FORMA
   
 
 
   
 

 

 

Struttura e forma: pensieri sparsi

sul ruolo dell'ingegnere e dell'architetto

nella concezione del patrimonio artistico edilizio

Mentre scrivo mi domando per quale motivo lo stia facendo. Perché sento il bisogno di buttar giù questi commenti e questi appunti su un tema di questo tipo? La mente torna alle tante discussioni che in passato, quando ancora studiavo Ingegneria, sostenevo, e che tuttora ancora mi trovo talvolta a sostenere con amici e conoscenti architetti su questioni riguardanti la concezione delle opere architettoniche, e il ruolo che le due figure dell’ingegnere e dell’architetto hanno nella comune prassi edilizia moderna. Mi rendo allora conto, ripensando a questi episodi, che queste discussioni nascono da un profondo senso di insoddisfazione che mi ha sempre pervaso, fin dai tempi dell’adolescenza, quando, insieme ai normali turbamenti tipici di quell’età, vivevo un senso di disagio e di disorientamento per via della difficile convivenza tra una natura sensibile al bello, alla forma, all’immagine, anche e soprattutto mentale, che mi portava all’introspezione e ad una irrefrenabile voglia di tendere all’ “oltre” tutto ciò che fosse immediatamente percepibile, e una tendenza altrettanto imperiosa che mi spingeva verso la precisione, il calcolo, il rigore formale e strutturale tipico delle scienze matematiche e cosiddette “esatte”.

Ricordo ancora l’emozione che provai quando, per la prima volta, aprii una copia lisa e bistrattata de “L’interpretazione dei sogni” di Freud, da cui fui attirato mentre curiosavo in una bancarella del centro storico. Avevo 16 anni. Nemmeno a dirlo, a quei tempi non capii moltissimo di quel che leggevo, era il primo passo in un mondo che per me era un terreno totalmente sconosciuto, ma era nettissima l’impressione di “trovarmi a casa”, che qualcuno stesse in qualche modo verbalizzando, spiegando, analizzando così mirabilmente impressioni, sensazioni, immagini… in una parola, un mondo interiore che fino a quel momento avevo solo vissuto, esperito, a volte anche subìto, ma che mai avrei pensato potesse essere descritto in quel modo. Ne rimasi affascinato. Negli anni seguenti ho continuato a cercare, di riferimento in riferimento, e a documentarmi per quanto le mie capacità e conoscenze del tempo mi permettevano, e nel giro di qualche anno arrivai anche a Jung, con “L’uomo e i suoi simboli”. Ero più che mai stimolato a seguire le innumerevoli suggestioni di carattere mitologico, simbolico e umanistico disseminate nel testo. Scoprivo quindi uno Jung maturo, che esponeva una sintesi divulgativa della sua sterminata opera. Negli stessi anni, però, mi era capitata per le mani anche la “Storia della matematica” di Carl Boyer, che mi aveva suscitato entusiasmi non meno vivi. Parallela all’interesse per la psicologia, correva dunque la curiosità per le non meno affascinanti conquiste dell’astrazione logico-matematica. Che ci siano delle analogie, non solo formali, tra questi due aspetti apparentemente inconciliabili del pensiero, comincio nebulosamente ad intuirlo solo adesso; all’epoca non potevo certo saperlo.

Quello che sapevo invece era che, alle soglie dell’iscrizione all’università, non avevo idea di quale percorso scegliere, ed ero scisso tra le mie due tendenze contrastanti. Alla fine decisi per Ingegneria, spinto tanto da motivi di carattere pratico che dalla voglia di esplorare e coltivare anche il mio lato “matematico” che in quel periodo richiedeva attenzioni altrettanto, e forse più, imperiose che non i miei studi umanistici. Continuavo nel frattempo ad alimentare, seppur in forma contenuta, i miei interessi per il mondo psichico.

Man mano che andavo avanti con i miei studi ingegneristici, però, mi rendevo sempre più conto che il mio dissidio interiore si riproponeva su scala sociale e collettiva, sfiorando da vicino una vera e propria schizofrenia professionale. Vedevo nei cantieri quanto la prassi quotidiana dell’edilizia sia privata che pubblica fosse caratterizzata da una quasi assoluta mancanza di dialogo tra progettisti architettonici e strutturali, quanta reciproca diffidenza ci fosse, e ci sia tuttora, tra le categorie dell’ingegnere e dell’architetto. Quanto, soprattutto, questa realtà fosse radicata nella mentalità corrente e spicciola di tali figure professionali che, nella migliore delle ipotesi, ignoravano l’una il lavoro dell’altra, arrivando al contrario nell’eventualità peggiore a delegittimarsi e svalutarsi apertamente l’un l’altra, in un gioco di rimozioni e formazioni reattive esasperate per cui gli ingegneri tendono a disprezzare ogni riferimento all’estetica e alla forma, irrigidendosi in uno sterile concetto di funzionalismo utilitaristico fine a sé stesso, mentre gli architetti tendono a rifiutare a priori come “grigie” e “opprimenti” tutte le argomentazioni tendenti a riportare un senso di praticità e realizzabilità statica negli sterili esercizi stilistici in cui molti di loro si prodigano. Come è facile constatare quotidianamente, creato un luogo comune, questo tende a riproporsi e a rinforzarsi quasi per inerzia, se si spegne il senso critico.

Che fine avevano fatto allora, mi dicevo, quelle grandi figure di sintesi come Gaudì, Le Corbusier, Wright, tanto per citarne alcune tra le più grandi? Forse che la concezione strutturale e architettonica, l’integrazione (ovvia in natura), anzi l’identità di forma e struttura è possibile solo in personaggi di spicco e fuori dal comune, è frutto di talento innato? O può essere il risultato di una lenta maturazione ed integrazione di tendenze opposte? Questi ed altri interrogativi prendevano sempre più corpo quanto più avevo a che fare con la triste realtà che riscontravo girando per cantieri ed avendo a che fare con professionisti anziani, spesso demotivati e chiusi in un solipsismo professionale, quando non addirittura in deliri di autocompiacimento belli e buoni. Beata ingenuità, penserà forse chi sta leggendo queste righe, e non a torto. Come è possibile oggi, si dirà, che possano esistere personaggi dal sapere enciclopedico, in grado di sintetizzare conoscenze di assoluta avanguardia in più campi del sapere? Non è forse questa l’era del pensiero debole, della fine degli ingegni universali?Questo stato di cose, si dirà ancora, non è forse il riflesso di una tendenza più generale, che investe la società contemporanea?

Dall’obiettiva necessità di specializzazione, fondamentale per restare al passo con l’esponenziale aumento delle conoscenze in tutti i campi (compito già arduo di per sé), è peraltro fin troppo breve il passo verso l’iper-parcellizzazione dei saperi e la sfrenata e fanatica iper-specializzazione dei compiti e delle competenze, in un’epoca votata alla tecnica e alla perdita del senso. Chi mantiene il focus su dove si va, sulla visione di base?

Ormai, per citare Psiche e techne del filosofo Galimberti, “… noi continuiamo a pensare la tecnica come uno strumento a nostra disposizione, mentre la tecnica è diventata l’ambiente che ci circonda e ci costituisce secondo quelle regole di razionalità che, misurandosi sui soli criteri della funzionalità e dell’efficienza, non esitano a subordinare le esigenze dell’uomo alle esigenze dell’apparato tecnico.” 

“Non sappia la mano destra ciò che fa la sinistra” sembra essere il precetto evangelico che più si adatta ai tempi moderni. Questo del resto è lo spirito che viene trasmesso anche nelle università. Come stupirsi quindi se la tendenza di fondo è quella che ho accennato sopra?

Tempo fa discutevo con un amico da poco laureatosi in architettura, ma già attivo nel mondo del lavoro, che mi confessava un notevole fastidio nel sentirsi riproporre continuamente lo stereotipo dell’architetto “puro esteta”; non solo estetica, argomentava, è l’architettura, ma anche e soprattutto logica. Come dargli torto? Ogni opera artistica ben concepita non può che essere logica, come logica è la struttura di una foglia, come logica è la distribuzione spaziale degli atomi di un cristallo. Una volta realizzata, un’opera d’arte non poteva altro che essere com’è.

Questo argomento ovviamente non poteva che colpirmi profondamente, dal momento che ho sempre aborrito le categorizzazioni professionali nette e i luoghi comuni associati. È per lo stesso motivo che sono sempre rimasto abbastanza tiepido di fronte alle opere di Calatrava, che mi appaiono come semplici sfoggi di abilità strutturale, privi di sintassi, privi di un senso trascendente, mentre mi commuovo letteralmente davanti alle opere di Gaudì, che è riuscito a trascendere in maniera eccelsa lo sterile dualismo di cui parlo in queste righe, essendo stato a mio avviso in grado, come pochi, di usare mirabilmente concetti artificiosi, come forme, strutture, concezioni spaziali, percorsi di equilibrio, calcoli strutturali, né più e né meno che per quello che sono, e cioè componenti al servizio di un tutto, di una Gestalt, che altro non è se non l’Idea, la Visione tradotta in pietra, il senso dell’Assoluto che lo pervadeva.

Non era del resto questo lo spirito che un tempo muoveva i Liberi Muratori, costruttori delle grandi Cattedrali gotiche? Questo stesso spirito permetteva agli artisti del passato di infondere letteralmente la vita nella pietra, secondo meccanismi proiettivi ed identificativi che Jung descriveva analizzando le religioni primitive e il loro senso del magico, processi che all’epoca non si potevano forse ancora dire sincronici in senso stretto, in quanto ancora in parte pensati come meccanismi "occulti" mediante i quali si riteneva il pensiero direttamente in grado di produrre effetti sulla realtà.

A questo proposito Jung scrive, ne La sincronicità:

“È ovvio che a livello primitivo la sincronicità sembri non un concetto a sé, ma una causalità magica. Questa rappresenta la forma primitiva del nostro classico concetto di causalità, mentre l'evoluzione della filosofia cinese ha sviluppato dalla significanza del magico il concetto di Tao, della coincidenza significativa, ma non una scienza naturale fondata sulla causalità”

Si potrebbe quindi pensare che ci troviamo di fronte ad un processo di individuazione collettiva che, partendo da stati fusionali iniziali comparabili alla participation mystique, ha attraversato la scissione sancita dall’Illuminismo e dal Positivismo in cui la scienza e la tecnica si sono completamente alienate dal senso e dalla razionalità completa e piena, e che adesso pertanto richiede una ricomposizione di tale antica frattura su un piano più elevato e consapevole. È peraltro da notare come Richard Wilhelm, a proposito del citato Tao, adotti proprio la traduzione di senso.

A questo proposito, tornando all’argomentazione riguardo all’architettura logica, il riferimento al «logos» non può che apparirmi quanto mai opportuno, come ho già detto, ma incompleto se non associato al duale principio di «eros» che, come passione, voglia di comunicare ed entrare in relazione, creare unità dal diviso, trasmettere visioni, solo può generare il Bello. Solo a partire da questa sintesi, allora, è possibile quanto meno rendere pensabile un superamento delle categorie esperienziali e conoscitive legate all’ingegneria e all’architettura, e dunque un ritorno a quella che un tempo era, molto opportunamente definita “arte del costruire”.

Lo stesso Hillman, nel suo La giustizia di Afrodite, rileva quanto la scissione tra eros e logos sia stata riprodotta, in ambito psicologico, anche dalla concezione freudiana. Scrive a tal proposito:

“In verità, vorrei invitare Afrodite nella psicologia. Vorrei immaginare una psicologia che sviluppi idee e prassi in modo a Lei più affine. A tutt’oggi, la psicologia e Afrodite hanno una relazione strana, per più versi tesa.

La psicologia non è stata generosa con questa dea, riconoscendola principalmente in astrazioni come “il principio del piacere”, e degradando tale principio al rango di opposto, o perfino di minaccia, al cosiddetto principio di realtà”

Era ben chiaro il concetto già agli antichi greci, che con il loro καλὸς κἀγαθός erano ben consapevoli che la semplicità sta nel proporre qualcosa che appaia come assolutamente naturale; semplicità viene al contrario, oggi, troppo spesso travisata con banalità, e si assiste a giochi tanto virtuosi e velleitari quanto sterili, in una corsa alla complessità del tutto vuota.

In verità, il concetto di semplicità reca in sé quello di complessità; per tornare all’esempio del cristallo, quanto è semplice la struttura cubica del salgemma, ma quanto è stata complessa, tenendo conto della caoticità intrinseca della natura, la produzione di una struttura così ordinata? Senza voler andare all’idea della riproposizione nella materia di archetipi o eidé preesistenti, chiunque abbia un minimo di familiarità con il concetto di entropia sa quanto sia mirabile la presenza di microcosmi ordinati in un universo che tende, al contrario, al livellamento fusionale primigenio.

Ebbene, l’arte del costruire, del produrre Ordine e Bello, si è persa nella massificazione, se si pensa anche alla concezione dei piani di studi per i corsi di laurea in ingegneria ed architettura, che come dicevo sopra recano già ab initio la scissione semantica e contenutistica che oggi ci troviamo a patire. Non va meglio, a mio avviso, nemmeno con l’istituzione di corsi di laurea, come quelli in Ingegneria Edile, cui ammetto di aver guardato con molta curiosità e speranza all’atto della loro creazione. Ben presto, però, dovetti disilludermi nel momento in cui constatai che, lungi dal proporre una integrazione creativa delle due sensibilità, estetico-sintetica e razional-analitica, si era semplicemente portato lo scisma all’interno di una singola figura professionale ibrida, giustapponendo discipline di entrambi i campi e per così dire mettendo la polvere sotto il tappeto.

Veniva ad essere allora sancita la creazione di un professionista lacerato in partenza. Di fronte a questo stato di cose, allora, mi chiesi se non fosse semplicemente un'illusione l’idea di poter creare ex lege figure sintetiche come quelle che in passato hanno costellato la storia del costruire, in grado di superare e sanare il contrasto. Del resto, come è possibile farlo quando spesso gli stessi docenti contribuiscono ad alimentare il clima di reciproca delegittimazione tra i due ambiti didattici, talvolta anche con forme più o meno inconsce di mutuo ostracismo?

Così posta, la questione parrebbe doversi alimentare ad infinitum; in realtà, per fortuna, negli ultimi tempi sembra diffondersi in misura sempre maggiore la consapevolezza dell’insostenibilità di questo stato di cose, in particolar modo tra le generazioni più giovani e motivate. È una sensazione che avverto sempre più ogni volta che parlo con colleghi o amici, sia ingegneri che architetti, che intervengono a vario titolo nella concezione del patrimonio edilizio. Purtroppo però, come spesso accade, se anche si è d’accordo sulle premesse, raramente lo si è nel proporre possibili vie d’uscita.

Dal mio punto di vista, consapevole come ho già detto dell’inevitabilità della specializzazione delle competenze, non smetterò mai di insistere sulla formazione interdisciplinare continua, sulla curiosità personale, sulla contaminazione di generi, in una parola sulla mancanza di autoreferenzialità professionale, da parte di chiunque. È necessario partire da un punto di vista parziale, certo, ma è altrettanto necessario aprirsi ai più svariati ambiti culturali e sviluppare per quanto possibile un metalinguaggio in grado di gettare un ponte proficuo tra le diverse figure professionali, facilitandone l’integrazione.

Vorrei a questo punto riprendere una questione lasciata in sospeso, ovvero la riflessione sul senso che, sola, può ridare linfa alla moderna concezione non solo edilizia ovviamente, ma alla produzione in generale in praticamente tutti gli ambiti del pensiero. La natura, i greci insegnavano, è del tutto indifferente alle vicende umane; il senso è una categoria tipicamente umana e, come tale, è funzione della consapevolezza dell'essere umano, del suo stato di integrità psicofisica e del senso di continuità ed integrazione personale della propria esistenza, tra elementi consci ed inconsci. Non stupisce quindi se il problema del senso ricorre spesso nel dibattito filosofico (ma non solo) dell’età contemporanea. Si pensi ad esempio alle correnti della fenomenologia o dell’esistenzialismo, ai contributi di Husserl e Heidegger. La società di oggi è ben lontana dall’essere integrata, non del tutto cosciente di sé e di dove va, rincorre l’effimero e il contingente, in una costante presentificazione priva di prospettiva temporale. L’etica viene allora confusa con la formazione e la produzione continua e parossistica di regole e norme, come il dibattito politico ci ripropone quotidianamente.

Ad una lettura psicoanalitica, non siamo molto lontani da una incompleta interiorizzazione del Super-Io sociale, la regola è sempre vista come un qualcosa di arbitrariamente imposto dall’esterno, disgiunta dal suo valore etico di regolamentazione della vita comunitaria. Peggio ancora, la norma è spesso concepita a monte a partire da questa matrice monca e miope. Per restare nell’alveo della lettura psicoanalitica, già Freud, del resto, nel Disagio della civiltà pone la regola come base del vivere civile, a prezzo comunque del sacrificio di parte della nostra vita istintiva ed affettiva. La civiltà è sempre in bilico, quindi, tra le esigenze del vivere comune e il soddisfacimento dell’individualità e della realizzazione personali.

Non è forse leggibile in questa chiave anche la quasi totale chiusura autistica delle competenze professionali di cui scrivevo sopra? Da ingegnere, assisto alla proliferazione ipertrofica di leggi, norme tecniche, raccomandazioni e circolari che soffocano in una cappa di tecnicismo la progettazione strutturale, contribuendo ulteriormente ad ampliare il pregiudizio e a radicalizzare le posizioni che gli architetti ripropongono dipingendo lo strutturista quasi come una sorta di “impiegato del catasto” grigio e privo di slanci culturali o creativi.

Questi miei pensieri sparsi non vogliono in ogni caso essere uno sguardo pessimistico sulla situazione attuale; ogni civiltà getta le sue ombre, e con tali ombre deve fare i conti se vuole progredire, la perversione del “buono” e del “bello”, a livello individuale come collettivo, nasce (come Jung insegna) dal mancato riconoscimento e dalla mancata integrazione di tale Ombra. Il dialogo tra le categorie consente di conoscersi, di conoscere le proprie parti interne negate o rimosse, permette finalmente di avviare un dialogo costruttivo. Per fare questo, però, è necessario procedere secondo contaminazioni consapevoli tra i generi, e  costruire dei metalinguaggi senza i quali, a mio avviso, si continuerà solo a produrre degli sterili giochi linguistici.

Chiudo questa serie di riflessioni, disseminate di dubbi e domande, più che di risposte, sperando di non avere annoiato troppo chi ha avuto la pazienza di leggerle, ma soprattutto avendo la consapevolezza di aver risposto, seppur parzialmente e in forma embrionale, almeno alla domanda che le ha avviate.

          

                                                                                                                 di Antonio Nicolosi