La più difficile delle arti è quella di connettere.
Bisogna che i potenti della terra la apprendano.
Pietro Citati
    LEONARDO PANDOLFI
   
 
 
   
 

 

 

16 - 30 DICEMBRE 2009

A cura di Iolanda Mariella
Inaugurazione mercoledì ore 19,30 - Via S. Lorenzo, 20 Catania

I trenta lavori esposti testimoniano il radicale passaggio percorso dall’artista nel triennio compreso tra il 2006 fino ad oggi, tra il bianco e nero delle prime tavole al colore digitale di quelle più recenti, lasciando alle spalle l’esperienza della scultura per transitare in quella del disegno a fumetto e della illustrazione. Malgrado il cambiamento del linguaggio espressivo, l’artista sembra mantenere intatta l’attenzione alla tridimensionalità della materia e alla “pesantezza” della corporeità , luogo privilegiato dell’esperienza esistenziale , delle sue ferite e delle sue estremizzazioni, cui contrapporre la spinta al movimento e alla leggerezza entro cui situare l’opposto desiderio di un possibile trascendimento.

 

Commenti

L’ARTE DEL FUMETTO DI LEONARDO PANDOLFI
di Luigi Dantes

Arte o non arte? si deve valutare il fumetto.
Se sul cosa sia pare non sussistano più molti dubbi, il problema si pone invece nel momento in cui si tenta di comparare questa forma di espressione per immagini ad una qualsiasi altra forma d’arte esistente. Nella ricerca delle immagini di Leonardo Pandolfi, il mondo infantile sviscerato nei suoi momenti di vita reale, il fumetto diventa sicuramente arte perché trasforma forme e colori in segni, in ricordi ‘taciuti’, in momenti rimossi poi palesati nella maturità di un disegno colto che acquista forza e consapevolezza.

Il senso di tale dilemma va affrontato da Leonardo con dignità in quella che può essere interpretata come un’incertezza di fondo, riscontrabile nella definizione stessa del concetto di arte. Se l’arte è in senso lato espressione ontologica irrinunciabile, il fumetto è un’arte proprio perché esprime nell’uomo il suo narrarsi magico, fantastico oltre misura, eludendo la realtà delle immagini veritiere per recepire nelle stesse quei messaggi che veicolano nel reale, in modo profondo e completo.
Un’idea di arte così formulata mostra in ogni livello di questa impalcatura la personalità dell’autore, contraddistinguendo il suo stile condizionato dalla sua formazione, esperienze, cultura. Una possibile definizione di arte potrebbe quindi essere quella di una forma di comunicazione che si articola tra l’autore e il suo ricevente sulla base di uno scambio unidirezionale, qualche volta atemporale di valori e contenuti espressi mediante le possibilità tecniche di un determinato periodo storico, quello post-moderno.
Il fumetto, figlio della cultura di massa, è prodotto dell’attività di un autore giovane, appena formato. Secondo il proprio personale percorso che non deve essere sottoposto ad una verifica di ‘artisticità’ ponendolo a confronto con quella che il senso estetico/oggettivo potrebbe definire opera d’arte, poiché rappresenta, in quanto esiste di per sé, già un’opera d’arte. Il fumetto per Leonardo può vivere di una identità propria i cui valori trasmessi essenzialmente fanno presa sul proprio pubblico di riferimento senza peraltro esaurirsi in esso.
Scene di vita quotidiana diventano oggetti di discussione personale, di fatti, momenti rielaborati analiticamente, contemplati con un segno nitido, rafforzato come a confermare la volontà di non dimenticare.
Per questo autore si rivela importante ricostruire le tappe storiche del suo processo di crescita interiore che lo ha portato alla caratterizzazione dei soggetti che vivono una seconda chance, quella della rivalsa del gioco ludico che non ferisce e/o mortifica, per diventare storia e racconto nuovo.

 


Frammenti disordinati di un fumetto dimenticato o miscellanea di pagine satiriche, polemiche, sconcertanti , eticamente mirate?
Inconsapevole abreazione catartica o minitrattato sociologico?
Bisogna a v v i c i n a r s i ai numerosi “quadri” esaustivi nella loro autonomia, e poi scrutare, con paziente attenzione per coglierne la trama ed il senso, ma, pure, la maestria del tratto sicuro che alterna sapientemente il grassetto ed il sottile, per creare dinamici piani prospettici ed una misteriosa trasformazione del bidimensionale in una pregnante , quasi scultorea, tridimensionalità.
Desiderio interazionale o dovuto autocompiacimento stilistico ?
Immagini staccate che, però, poste l’una dopo l’altra in una autoreferenziale successione, possono regalarci una o più storie, ora ironiche, ora drammatiche ,ora impietosamente cruente , che appaiono legate le une alle altre da una stringente consequenzialità psicologica.Apre la pagina sociale “Mai come voi”! Lo può gridare il potere legalizzato del poliziotto, lo può gridare il potere illegale del mafioso, lo può gridare chiunque sente di possedere il potere, il culturista palestrato come la space troop, lo possono gridare i cattivi , i macellai di polli , i super man dello sport, gli ingordi di tegolini e tutti i cannibule che hanno diritto di morte, che non si saziano mai e si vantano della loro crudele ingordigia.
Ma la condanna è già scritta. “Mai come voi” noi saremo!
La space troop, guidata da un’incontrollabile forza inconscia e cieca, stenta a trovare una direzione scrutando l’universo attraverso una ridicola lente d’ingrandimento.
I cattivi, gli ingordi, i cannibali, gli sportivi del brivido, i ladri (tutti maschi nella mostra), divengono preda di incidenti. Chi fa il male, alla fine della corsa o dell’ascesa patisce lo “scacco matto“ dal mondo che ha cercato di sfruttare e che ora gli si piega addosso. Ma pure chi dice le bugie può cadere vittima del suo gioco e, così, Pinocchio colpisce al cuore chi lo ha usato sconvenientemente per imbrogliare il prossimo e se stesso.
Intenzionale od inconsapevole che sia la nemesi giunge fatale e necrotizza il corpo e l’anima di chi ha goduto del proprio delirio di onnipotenza , trasformando tutti in zombi .
Lacerato e sanguinante nelle gambe il ladro che tenta di fuggire con il maltolto, squarciati nelle braccia quelli che da vivi sapevano maneggiare con destrezza il manganello, le spranghe, i pugnali e le pistole, mutilato nella bocca chi sbranava le ingenue vittime delle sue lusinghe,colpito a morte con un legno acuminato nel cuore chi freddamente aveva assaporato , in quel modo, il gusto della solitudine, tronfia della sua autosufficienza.
I protagonisti del potere sono, infatti, tutti “singoli”; restano chiusi nella loro cornice e non si relazionano con altri. Il dialogo non è neppure con chi li guarda.
Ognuno di loro sa di essere osservato, ma fa finta di nulla, come se avesse paura di essere giudicato.
Guardando meglio: parallela alla storia della cattiveria consapevole che merita condanna ed esemplare punizione, si scopre una storia, delicata, di inconsapevoli “essere agiti” da desideri irrefrenabili, che elicita empatica comprensione di una tale incontrollabilità .
Nei cannibule di Leonardo non c‘è il consapevole “disperato dolor” del Conte Ugolino ,costretto dal “digiuno” a quel “fiero pasto”, nè il demoniaco e malvagio sgranarsi degli occhi del goyesco “Crono che divora i suoi figli” per non essere spodestato. I cannibali di Leonardo non hanno neppure il tempo per pensare , non riescono a soffrire di sensi di colpa perché non possiedono alcun sentimento di compassione per le loro vittime, ma non sono per questo cattivi.
Sono nati così, malati di oralità, geneticamente condizionati come macchine trituratrici di altri corpi. Gli occhi altrove, quasi fuori dalle orbite , strafatti dal loro indistruttibile godimento.
A volte l’irrefrenabilità del meccanismo può condurli a mangiare parti del proprio corpo, sollecitando compassione e profondo senso di pena.
Nulla, però, vieta di interpretare l’autocannibalismo in termini di autopunizione per i mille delitti commessi; ma questo può avvenire solo in un raro momento di lucidità.
E che dire degli zombi. Non vogliono incutere paura. Ci mostrano le loro tremende ferite prodotte da coltellacci, da scuri e da pali conficcati nel petto, come si fa con i vampiri che potevano cibarsi solo di sangue umano. Eppure sembra che si chiedano, stupìti e ormai rassegnati, il perché sia toccata loro questa triste sorte.
Ed, ancora qui, si potrebbe dedurre che dicano “ce lo meritavamo”. Forse sono stati loro a trafiggersi ed a lacerarsi, per punirsi. Ma uno di essi, strisciando sul terreno, arriva a guardarci negli occhi implorando aiuto, come implora aiuto la mano di un altro che tenta di spingersi fuori dalla monnezza.
Rimbomba di nuovo nell’aria un grido: “Mai come voi”. Se grido, se sbrano, se aggredisco, se rubo, non è perché sono cattivo. Non so perché lo faccio…ma è più forte di me.
Il passaggio, allora, dall’autopunizione da senso di colpa al suicidio esistenziale per il dolore kierkegaardiano della “impossibilità di essere diversi da come si è” appare legittimo. I cannibali, gli ingordi, i tiranni sono schiavi di quella “malattia mortale” il cui esito non può , in ultima istanza, che essere il suicidio.
Non è, però, necessario giungere a tanto. Può essere sufficiente il procurarsi ferite, oppure fare qualcosa che ci porti vicini al rischio che ciò avvenga.
Come fare? Basta scegliere gli strumenti dell’instabilità. Correre all’impazzata sulle ruote dei pattini, con la testa stordita dalla musica in cuffia; fare giravolte sulle ruote della bicicletta piroettare pericolosamente sullo skate. vivendo l’equilibrismo estremo per godere dell’attimo della perdita d’equilibrio, per vivere “al limite”, ad un passo dalla morte.
E’ forse questo il fumetto dimenticato o "rimosso”? Il suo “ritorno”, pur in frammenti disordinati, può insorgere come necessità di autoriflessione per chi ne è l’autore ma, pure, per diventare messaggio etico di capacità di accettare le proprie contraddizioni per i destinatari di esso . Tutto questo comunque deve avvenire in silenzio, quasi in maniera criptica.
Il visitatore, al primo sguardo, non coglie il dramma “esistenziale” .
La frammentarietà e l’apparente non consequenzialità dei vari quadri induce ad una attenzione sui singoli particolari, d i s t r a e n d o dal contesto.
Non minore forza distraente possiede la calibratura estetica (mai fine a se stessa) costituita dall’uso del rosso e dei rari colori quanto dalla varietà del tratto nero, come pure dalla distribuzione delle masse bianche.
Nei quadri in bianco e nero prevalgono gli “spazi” bianchi, distraendo dal “disegno”dei contenuti cruenti.
In altri, il rosso, che pur si staglia sul bianco e nero, è solo in apparenza l’elemento che segnala la forza traumatica della ferita. Appiattito ed uniforme com’è, anche quando colora la lingua o sgorga dalla bocca, rimanda solo concettualmente al sangue, distraendo dalla sua crudezza.
Il sangue rosso, a sua volta, con la sua nitidezza, scotomizza, di fatto, i grandi denti, disegnati con un tratto prudentemente leggerissimo e resi ancor meno visibili dalla forte linea nera che incornicia l’intera faccia dell’ingordo, distraendo dalla ben più massiva aggressività che li caratterizza.
Paradossalmente la stessa spietata ed abreativa evidenziazione dei contenuti di mutilazione e di morte induce a distrarsi dalla tragica serietà dei significati esistenziali a cui esse rimandano: le limitazioni, le incapacità, le impotenze che ostacolano il nostro vivere, l’ineluttabilità della fine della vita e la sua conseguente designificazione.
E, allora, perché riprodurle, pur nella modalità della sdrammatizzazione, con tanta frequenza e tanta dovizia di particolari?
Forse per esorcizzarle e sedare l’angoscia e la disperazione che le accompagna.
Altre soluzioni?
A volte può essere importante tornare bambino ingenuo, inconsapevole dei tormenti della vita ,con il solo piacere di trattenere il proprio giocattolo, questa volta un morbido pallone e difenderlo dicendo “è mio”.
Altre volte canticchiare, insieme a Paul M.Cartney ed a Stevie Wonder, “Ebony and IVORY” e sperare nel proprio cuore che avvenga il miracolo del saper armonizzare, come i tasti bianchi ed i tasti neri del pianoforte, ciò che vi è di cattivo e di buono dentro di noi.

Enzo Vitaliti

 

Materia in movimento

L’energia pura cerca la sua forma ideale, irrompe impetuosa divincolandosi dalle costrizioni imposte dalla materia . I contorni netti si dissolvono quasi fossero stati liquefatti dal fuoco della realtà: la penna ondeggia ma il tratto è deciso nel consegnarci super eroi de-cadenti in un mondo che non anela più ad essere salvato, giganti pantagruelici buoni ma poco astuti, vittima delle loro mostruose fattezze, uomini mutilati che brandiscono armi minacciose che non useranno mai , atleti che hanno gareggiato senza mai vincere, artisti che non conosceranno mai la notorietà , maghi dello skateboard sempre sull’orlo dell’abisso, figure animalesche “trafitte” dalla vita. Questo triste e solitario anti-eroe raffigurato nelle ‘sculture’ di Leonardo, si aggira in paesaggi aridi e desolati , gotico-fiabeschi, popolati da sterpaglie e scheletri d’albero, si nutre di putrida selvaggina inerme , che incombe tristemente sulle tavole imbandite delle nostre coscienze. Attraverso questi scarni ed essenziali scenari di morte , le angosce schiaccianti che abitano il nostro inconscio si “animano” e si fanno carne, si impadroniscono della penna dell’artista, salgono sullo skateboard e si librano in alto, agili e leggere, sfidando spazio e tempo, compiendo salti rocamboleschi e bruschi approdi di fortuna, sempre in bilico, come quasi tutti gli oggetti dell’artista, in un precario equilibrio fra normalita’ e follia. Eppure accanto alle figure inquietanti di Leonardo si scorge una rassicurante leggerezza, i suoi “ragazzacci” fanno pensare a bambini irriverenti ma al contempo avidi dell’attenzione del mondo, incuranti di regole e divieti, alla continua ricerca di una identità negata da un mondo adulto sempre più ingabbiato in schemi troppo rigidi, un mondo castrante e riduttivo, contro cui armarsi e combattere, con falci, martelli e forconi, un mondo dal quale cercare la fuga, per poi farvi ritorno. Sembra quasi che nei caratteri tratteggiati dall’artista si possa cogliere il rifiuto consapevole della bellezza/perfezione, forse riconducibile a una bellezza femminea personificata dalla figura di madre/amante, impietosa e transeunte, tanto fiera quanto irriverente, spietata regina dei cedimenti di anima e corpo, bellezza agognata e allo stesso tempo respinta ,assolutamente assente tra i tipi umani che lo stesso rappresenta. Alla perfezione della Bellezza l’artista sceglie di opporre un realismo esteticamente meno edificante all’interno del quale lo skater può “scivolare” con ostentata sicurezza e disinvoltura, una raffigurazione personificata della imperfezione assunta a forza catartica e purificatrice, arma di assoluta libertà da tutti gli schemi imposti.

Marina Maglia





 


 

   
   
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