La più difficile delle arti è quella di connettere.
Bisogna che i potenti della terra la apprendano.
Pietro Citati
    IN UN MONDO MIGLIORE
   
 
 
   
 

 

 

In un mondo migliore

di Susanne Bier, Danimarca/Svezia, 2010

 

Tra i mari gelidi del nord, come sotto i cieli tersi di un campo profughi in Africa, educare i giovani alla vita  e alla non violenza è un compito difficile e  pieno di interrogativi per ogni genitore, madre o padre, madre e padre. Il film mette in scena il delicato sviluppo di due ragazzini nel  contesto di una provincia danese, apparentemente ordinata e tranquilla, ma attraversata da una violenza sotterranea non meno primitiva  di quella che alimenta i campi di battaglia, la ferocia di chi uccide per puro sopruso. 

Due ragazzini, tormentati dal dolore della perdita, l’uno della madre, l’altro dalla separazione di propri genitori, si trovano a doversi confrontare con le proprie debolezze e la prevaricazione  del branco, nei complessi meccanismi di identificazione sociale  di un ambiente borghese e le necessità affettive,  sotto gli occhi attenti ma impotenti dei loro genitori che, malgrado le proprie difficoltà personali, cercano di insegnare loro  i principi etici fondamentali per distinguere l’uomo dalla bestia. La dialettica tra i due mondi è nelle mani  dal padre di Elias, chirurgo  volontario in Africa, capace di non tirarsi indietro di fronte all’orrore delle barbarie che incontra quotidianamente, ma non disposto a cedere a compromessi di fronte ai valori che lo sostengono e  che amorevolmente cerca di trasmettere al proprio figlio. Ma ciò che attraversa una psiche in formazione, il dolore che scuote le fragili fondamenta di una coscienza vulnerabile, trova facili alleanze nel tentativo di  ottenere giustizia o per gridare vendetta. E’ qui che  il processo di individuazione maschile deve fare i conti con quel concetto di forza incompatibile con la  fragilità emotiva,  pena l’impoverimento della propria capacità e della propria autonomia; aspetto che porta ad alleanze pericolose e ad esperienze distruttive, lontane dagli insegnamenti genitoriali, ma necessarie alla formazione di un Io (eroico) che nella “dimostrazione” del proprio coraggio trova conferma alla propria identità.

La regista  individua  con acuta sensibilità  questi elementi e li fa dialogare attraverso il rapporto di Elias e Christian,  entrambi fragili e feriti pur nella diversità delle storie, così come nel tacito confronto tra i due Padri di cui entrambi i  giovani hanno fondamentale bisogno , ma dai quali  devono staccarsi. L’epilogo è inaspettatamente tenero, e ciò allevia le angosce di ogni genitore presente in sala che, davanti a ciò che accade di fronte ai propri occhi, non può fare a meno di evocare  le proprie esperienze genitoriali in un mondo dove gli insegnamenti vengono continuamente messi in discussione dalla realtà circostante, dalla navigazione su Internet, dagli abissi che talora separano i principi ai quali si è creduto e la realtà che li capovolge senza alcuno scrupolo. Ma pure in questo finale poco realistico, la regista riesce a mantenere un atteggiamento coerente, senza indulgere in manierismi poetici, ma  facendo parlare la speranza: ultima a morire come sempre, ma a volte veramente difficile da invocare.

Lilia Di Rosa