La più difficile delle arti è quella di connettere.
Bisogna che i potenti della terra la apprendano.
Pietro Citati
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Riflessioni  postume sulla morte tra oriente ed occidente  nelle opere cinematografiche

The Messenger di  Oren Moverman  (2009)  e Departures di Yojiro Takita (2009)

Casualmente (o no),  in contemporanea nelle sale, due film sulla morte. Sembra che i due registi, l’americano Moverman e il giapponese Takita dialoghino tra loro con le immagini, apparentemente molto distanti tra loro e non solo per confini geografici. Lì, la cultura della guerra, nelle sue terribili ricadute sulle famiglie e sugli affetti. Nell’altro, la cerimonia della ricomposizione della salma, il senso di  sacralità  nel dovere restituire il corpo alla bellezza che aveva in vita.

Saprà l’eroe di guerra, divenuto ora “messaggero” di morte, sopportare il dolore di chi riceverà la crudele notizia che il proprio figlio o padre o sposo è stato ucciso in missione?

Sarà capace di attenersi alle regole del freddo regolamento imposto dall’esercito di fronte alla disperazione che investe chi ha amato, di rimanerne immune, di non tradire compassione, commozione come il protocollo esige?

E, dall’altra parte del mondo, nel moderno oriente dalle sacre radici, un giovane violoncellista di belle speranze, improvvisamente tradito dall’inaspettato scioglimento dell’orchestra dove suonava, potrà mai adattarsi alla cerimonia più intima di lavare e ricomporre il corpo privo di vita dinnanzi allo sguardo attonito dei suoi cari?

In entrambi i film è indagata la sfera privata. Le reazioni imprevedibili di chi subisce la perdita di un familiare. In entrambi, l’orrore del cadavere che puzza, la nausea che accompagna i violenti rivolgimenti dell’anima di fronte alla verità più prossima per tutti noi, e contemporaneamente la più  rigettata, scagliata lontano, nascosta ai nostri sguardi impauriti.

Due cerimoniali, l’uno bellico, l’altro estetico, raccontano la stessa difficoltà per chi vive a superare la porta dell’ignoto, verso i quali siamo inesorabilmente spinti, ma la cui consapevolezza  “mortifica” le nostre presunzioni, i nostri sforzi di ignorarla. Forse solo familiarizzando con essa, è possibile trovare il senso nascosto della vita, la forza si sostenerla. Al di là della contestualizzazione culturale che ovviamente  rende le due opere cinematografiche esemplari del mondo in cui nascono, tuttavia entrambi parlano di universali, del luogo interno ad ogni uomo, qualunque sia il suo paese, dove scorrono i sentimenti più puri, più istintivi, direi  animaleschi.

Per un colonnello dell’esercito istruito a mantenere la corazza su ogni emozione, piangere è finalmente il momento della sua redenzione come essere umano, fragile e vulnerabile come tutti gli altri che  per sopravvivere hanno bisogno di nutrirsi di animali morti.

Alla fine, oltre il lirismo poetico delle immagini del film di Takita questa è la verità più cruda e inaspettata che l’Oriente ci svela: la sua fondamentale aderenza alla Natura e ai suoi cicli, l’accettazione  dei  suoi limiti e della inadeguatezza  umana di fronte agli interrogativi che pone e -  insieme-  il rispetto per le necessità della carne, dei suoi desideri e delle sue brame. Non troppo lontano da quell’ istinto di sopravvivenza che  in guerra costringe  a difendere la  vita uccidendo quella dell’Altro, ma con la colpevolezza di avere riposto nella presunzione della Ragione la necessità di farlo.

          

                                                                                                                 di Lilia Di Rosa