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Riflessioni postume sulla morte tra oriente ed occidente
nelle opere cinematografiche
The Messenger di
Oren Moverman (2009) e Departures di
Yojiro Takita (2009)
Casualmente (o no), in contemporanea nelle sale, due film sulla
morte. Sembra che i due registi, l’americano Moverman e il
giapponese Takita dialoghino tra loro con le immagini,
apparentemente molto distanti tra loro e non solo per confini
geografici. Lì, la cultura della guerra, nelle sue terribili
ricadute sulle famiglie e sugli affetti. Nell’altro, la cerimonia
della ricomposizione della salma, il senso di sacralità nel dovere
restituire il corpo alla bellezza che aveva in vita.
Saprà
l’eroe di guerra, divenuto ora “messaggero” di morte, sopportare il
dolore di chi riceverà la crudele notizia che il proprio figlio o
padre o sposo è stato ucciso in missione?
Sarà
capace di attenersi alle regole del freddo regolamento imposto
dall’esercito di fronte alla disperazione che investe chi ha amato,
di rimanerne immune, di non tradire compassione, commozione come il
protocollo esige?
E,
dall’altra parte del mondo, nel moderno oriente dalle sacre radici,
un giovane violoncellista di belle speranze, improvvisamente tradito
dall’inaspettato scioglimento dell’orchestra dove suonava, potrà mai
adattarsi alla cerimonia più intima di lavare e ricomporre il corpo
privo di vita dinnanzi allo sguardo attonito dei suoi cari?
In
entrambi i film è indagata la sfera privata. Le reazioni
imprevedibili di chi subisce la perdita di un familiare. In
entrambi, l’orrore del cadavere che puzza, la nausea che accompagna
i violenti rivolgimenti dell’anima di fronte alla verità più
prossima per tutti noi, e contemporaneamente la più rigettata,
scagliata lontano, nascosta ai nostri sguardi impauriti.
Due
cerimoniali, l’uno bellico, l’altro estetico, raccontano la stessa
difficoltà per chi vive a superare la porta dell’ignoto, verso i
quali siamo inesorabilmente spinti, ma la cui consapevolezza
“mortifica” le nostre presunzioni, i nostri sforzi di ignorarla.
Forse solo familiarizzando con essa, è possibile trovare il senso
nascosto della vita, la forza si sostenerla. Al di là della
contestualizzazione culturale che ovviamente rende le due opere
cinematografiche esemplari del mondo in cui nascono, tuttavia
entrambi parlano di universali, del luogo interno ad ogni
uomo, qualunque sia il suo paese, dove scorrono i sentimenti più
puri, più istintivi, direi animaleschi.
Per
un colonnello dell’esercito istruito a mantenere la corazza su ogni
emozione, piangere è finalmente il momento della sua redenzione come
essere umano, fragile e vulnerabile come tutti gli altri che per
sopravvivere hanno bisogno di nutrirsi di
animali morti.
Alla fine, oltre
il lirismo poetico delle immagini del film di Takita questa è la
verità più cruda e inaspettata che l’Oriente ci svela: la sua
fondamentale aderenza alla Natura e ai suoi cicli, l’accettazione
dei suoi limiti e della inadeguatezza umana di fronte agli
interrogativi che pone e - insieme- il rispetto per le necessità
della carne, dei suoi desideri e delle sue brame. Non troppo lontano
da quell’ istinto di sopravvivenza che in guerra costringe a
difendere la vita uccidendo quella dell’Altro, ma con la
colpevolezza di avere riposto nella presunzione della Ragione la
necessità di farlo.
di Lilia Di Rosa
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