La più difficile delle arti è quella di connettere.
Bisogna che i potenti della terra la apprendano.
Pietro Citati
    IL MIO NOME È KHAN
   
 
 
   
 

 

 

Il mio nome è Khan

di Karan Johar, India, 2010

 

Dell’India, come il regista Karan Johar, c’è l’atmosfera , la magia della favola, i colori intensi e surreali che immergono lo spettatore nella magica visione di una realtà purtroppo drammaticamente attuale, senza mai annoiarlo ma, al contrario, incantandolo.

 Il  c’era una volta è il c’è oggi  nell’America fragile e arrabbiata dell’11 Settembre, ancora in cerca di un colpevole che porti il peso dell’immensità di ciò che è avvenuto, rendendo sempre più difficile il dialogo e la convivenza tra culture e religioni diverse, così come tra individui diversi, in un paese sempre più  diffidente verso l’Altro.  

E come in qualunque favola, anche  in questa storia c’è un eroe: un eroe un po’ difficile da comprendere, ma capace di aggiustare tutto, tranne un cuore spezzato,  ferito o abbandonato dall’amore.

Che questo eroe sia un Asperger, una delle tante forme di autismo,  è qui puro dettaglio, o forse solo  una delle qualità e caratteristiche di Khan, l’ingenuo e leale eroe di questa storia che proprio in virtù della propria inattaccabile ostinazione riesce a portare avanti senza mezzi termini la sua missione fino la fine. La missione di distinguere il proprio nome musulmano dalla identità del terrorista  che il pregiudizio  tende ad attribuire a chi pratica professioni religiose diverse, vedendo in esso il nemico che lo minaccia e da cui difendersi. Se questa è la visione che porta alla tragedia, Khan vuole affermarne la falsità  ad una intera nazione, giungendo fino al Presidente degli Stati Uniti, senza sottrarsi a nessuna difficoltà pur di raggiungere il suo obiettivo, immune dal ridicolo o dal disprezzo che suscita.

L’impianto del film, favolistico come dicevo, ha il pregio di attribuire a Khan non la missione di difendere la sua diversità come autistico, ma in quanto musulmano,  poiché se nella prima è pure probabile  trovare l’intelligenza, o anche la genialità, nell’altro pesa l’Ombra della colpa, l’atteggiamento della generalizzazione che porta alla  negazione della differenza, fino all’ostilità verso l’Altro  da sé, atteggiamento che da sempre è alla base della violenza e dell’ ostracismo sociale.

Qui Khan è portatore di due diversità, laddove l’una  difende l’altra senza rabbia e senza vendetta, ma solo con il cuore della purezza e la determinazione della passione. Khan non è l’individuo da comprendere, ma l’uomo autentico che afferma sé stesso e il nome della sua gente.  

Lilia Di Rosa