|
Il mio nome è Khan
di Karan Johar, India, 2010

Dell’India, come il regista Karan Johar, c’è l’atmosfera , la magia
della favola, i colori intensi e surreali che immergono lo
spettatore nella magica visione di una realtà purtroppo
drammaticamente attuale, senza mai annoiarlo ma, al contrario,
incantandolo.
Il c’era una volta è
il c’è oggi
nell’America fragile e arrabbiata
dell’11 Settembre, ancora in cerca di un colpevole che porti il peso
dell’immensità di ciò che è avvenuto, rendendo sempre più difficile
il dialogo e la convivenza tra culture e religioni diverse, così
come tra individui diversi, in un paese sempre più diffidente verso
l’Altro.
E come in qualunque favola, anche in questa storia c’è un eroe: un
eroe un po’ difficile da comprendere, ma capace di aggiustare tutto,
tranne un cuore spezzato, ferito o abbandonato dall’amore.
Che questo eroe sia un
Asperger,
una delle tante forme di autismo, è qui puro dettaglio, o forse
solo una delle qualità e caratteristiche di Khan, l’ingenuo e
leale eroe di questa storia che proprio in virtù della propria
inattaccabile ostinazione riesce a portare avanti senza mezzi
termini la sua missione fino la fine. La missione di distinguere il
proprio nome musulmano dalla
identità
del terrorista che il pregiudizio tende ad attribuire a chi
pratica professioni religiose diverse, vedendo in esso il nemico che
lo minaccia e da cui difendersi. Se questa è la visione che porta
alla tragedia, Khan vuole affermarne la falsità ad una intera
nazione, giungendo fino al Presidente degli Stati Uniti, senza
sottrarsi a nessuna difficoltà pur di raggiungere il suo obiettivo,
immune dal ridicolo o dal disprezzo che suscita.
L’impianto del film, favolistico come dicevo, ha il pregio di
attribuire a Khan non la missione di difendere la sua diversità come
autistico, ma in quanto musulmano, poiché se nella prima è pure
probabile trovare l’intelligenza, o anche la genialità, nell’altro
pesa l’Ombra della colpa, l’atteggiamento della
generalizzazione che
porta alla negazione della differenza, fino all’ostilità verso
l’Altro da sé, atteggiamento che da sempre è alla base della
violenza e dell’ ostracismo sociale.
Qui Khan è portatore di due
diversità, laddove l’una difende l’altra senza rabbia e senza
vendetta, ma solo con il cuore della purezza e la determinazione
della passione. Khan non è l’individuo da comprendere, ma
l’uomo autentico
che afferma sé stesso e il nome della sua gente.
Lilia Di Rosa
|