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Hereafter
di Clint Eastwood, USA, 2010

La realtà della morte è poco apprezzata nella società attuale.
Ancor di più se alla stessa si attribuisce una possibilità
ontologica che va oltre la Vita. La modernità, spinta sempre più in
là dai suoi potenti mezzi di comunicazione, felice di dare diritto
di esistenza ad Atavar e Second Life, arretra di fronte a quel
limite dove, da sempre, gli interrogativi umani si imbattono
nell’impossibilità di risposte certe e sono costretti ad arrendersi
di fronte al grande Dubbio. Cosa c’è
dopo qui? Esiste un
altrove, un luogo da dove la nostra piccola individualità possa
ancora fare richieste o dispensare risposte?
Clint Eastwood, giunto alla sua mirabile età, dopo avere già
contemplato con lo sguardo acuto del Senex tutti i temi che
tormentano l’uomo contemporaneo, sembra qui volere toccare quel
limite, proporlo alla comunità pragmatica e scientifica di oggi,
forse anche con l’intenzione di provocarla e costringerla a
guardare la vita da quella prospettiva che in ogni modo cerca di
ignorare. Al cospetto della morte, infatti, la Vita cambia il suo
valore, perde o acquista significato, conduce vuoi o non vuoi a
modificare la propria rotta. E soprattutto a confrontarsi con
quell’assoluta assenza di prevedibilità e controllo che a tutti i
costi l’uomo di oggi tenta di costruire per poterne reggere il peso.
Per questo il regista propone fatti realmente accaduti (lo tsunami
del 2004 in Thailandia,
l’attentato alla metropolitana di Londra, l’incidente che
quotidianamente insanguina le nostre strade): li presentifica
davanti allo sguardo dello spettatore conducendolo più vicino a
quello che già sa, ma che preferisce non vedere, o non pensare. Lo
costringe ad immedesimarsi, identificarsi.
Se anche da un lato sceglie luoghi comuni, consueti e un po’
ingenui, dall’altro riesce con immutata sensibilità a mettere
insieme la Vita e la Morte, così come l’amore e la solitudine, in
quell’ indissolubile intreccio dove il Caso è il vero protagonista,
ma che diventa Destino se chi lo subisce lo rende fonte di
trasformazione e cambiamento, o anche solo luogo di consapevolezza
della sua vera realtà, della sua finitezza e della necessità di
dare Senso alla sua esperienza.
Se stare accanto alla morte, considerarla,
sentirla, sia
un dono,
o una condanna
come afferma uno dei protagonisti, è ciò
che fa la differenza: ciò che rende l’uomo cieco o capace di
spingere in là il proprio sguardo.
Lilia Di Rosa
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