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Habemus Papam
di Nanni Moretti, Italia, 2011

La corporatura e il sorriso bonario di Giovanni XXIII. L'umiltà di
papa Luciani. Il papa dipinto da Moretti è un uomo nel vero senso
della parola, investito dalle sue paure e dal senso di sopraffazione
che le aspettative di milioni di persone proiettano su di lui.
Privo, apparentemente, di quel libero arbitrio che proprio da Dio,
secondo i credenti, discende a ogni uomo, il papa si scopre, come
viene significativamente detto a un certo punto nel film, davvero
il primo e contemporaneamente l'ultimo dei servi di un
volere più alto.
Quale smarrimento, quale costernazione nei cardinali al momento
dell'esplosione di terrore del neoeletto durante la presentazione al
balcone; in un attimo sono costretti a dimenticare il rito, a
mettere da parte i ruoli formali per fronteggiare senza veli e
ipocrisie il loro terrore: "E
se fosse toccato a me?"
Significativamente, il papa fuggiasco, interrogato da un'analista
sul suo lavoro, dichiara di essere un attore. In quel momento, si fa
forse strada in lui la consapevolezza di interpretare un ruolo di
cui non conosce la sceneggiatura e per cui non avverte la vocazione.
Il film ha come protagonista indiscusso
Michel Piccoli, in grado di
dare volto e concretezza ad una fantasia, ad un'altra realtà
possibile, a ciò che potrebbe diventare una Chiesa in grado di
discendere per tre significativi giorni (si ricordi la morte e
resurrezione di Cristo, simbolicamente dopo tre giorni) in mezzo ai
suoi fedeli, in grado di ritrovare il contatto con una fede non
dogmatica e sclerotizzata nei riti, ma fatta di piccole speranze, di
piccole gioie e dolori quotidiani, e del bisogno di poter contare su
una guida di vita in grado di dare a ciascuno la libertà che viene
dall'assunzione delle proprie responsabilità e non nell'affidamento
cieco ed infantile ad un'autorità costituita.
"L'anima e l'inconscio sono concetti incompatibili"
ammonisce un
cardinale mentre impone allo psicoanalista Moretti i «termini» del
suo ingaggio. Ma proprio l'anima, nel senso di anelito spirituale, e l'inconscio sono i grandi assenti in questo film.
Tanto
la psicoanalisi quanto la spiritualità sono ridotti a formule vuote,
a gergo tecnico, sviliti a
pretesti, ad espedienti macchiettistici che fungono da
alleggerimento e contraltare al racconto del dramma terribile dell'incontro
del Singolo con il Destino. Questo tema, comunque, è a mio avviso
rappresentato con più efficacia narrativa ne
"Il discorso del Re",
da me già recensito su queste pagine. Il film di Moretti, in un certo
senso, potrebbe essere letto in quest'ottica come l'altro corno del
dilemma; se il film di Hooper è, sostanzialmente, la storia della
vittoria dell'uomo che fa del Destino il suo fato personale, e lo
accetta come tale dopo un percorso di maturazione,
"Habemus Papam"
ci mostra la possibilità di un esito diverso.
Dove stanno infatti la grandezza, l'essenza stessa della decisione
libera, l'esercizio di quel libero arbitrio che ci rende esseri
umani in senso pieno? Non solo nella capacità di accettare come
consonante a sé un ruolo che incarna un simbolo, ma anche nella capacità di smettere di fuggire,
di non riconoscere quel ruolo come parte del proprio percorso di
vita, nell'essere capaci di fronteggiare il carico di aspettative che
prima ci opprimevano e dire, a testa alta:
"non sono io quello di
cui avete bisogno, non sono in grado di guidare, ma ho bisogno di
essere guidato".
Un'ammissione del genere è cosa ben diversa dalla viltà della fuga e
del «gran rifiuto», per usare un'espressione altamente evocativa,
indice di piena dignità quanto la capacità eroica di sostenere il
peso del collettivo. Quanto
coraggio nell'ammettere le proprie inadeguatezze!
Ma anche per convivere con il senso di colpa che deve sostenere chi
non si sente all'altezza delle aspettative altrui, e le tradisce in
maniera plateale, ma ferma e consapevole.
E pur tuttavia il percorso iniziatico del papa coincide con lo
sgretolamento del rigido protocollo vaticano, una lunga attesa in
cui emergono gioie, difettucci, peccati di gola, e il recupero di
una vitalità, di una corporeità e di un senso comunitario che
dovrebbero costituire l'essenza stessa del cristianesimo "cattolico"
(che oggi di cattolico in senso etimologico ha davvero ben poco). Il
torneo "intercontinentale" di pallavolo ne è una metafora efficace.
La rappresentazione di un momento di crisi (accompagnato con una
strizzatina d'occhio dalla significativa
"Todo cambia"
di Mercedes Sosa) dell'ultima
monarchia assoluta ormai rimasta, avviata proprio dal suo monarca, è
un segno significativo dei tempi in cui viviamo, caratterizzati da
una scissione netta tra spiritualità esteriore e bassa mondanità,
tra irrigidimento nel dogmatismo antirelativista e lassismo dei
costumi, e induce alla riflessione sulla possibilità di raggiungere
finalmente un più alto grado di maturità collettiva e magari, prima
o poi, una spiritualità liberamente integrata nel quotidiano in
quanto eticamente e
culturalmente storica,
ed aggiornabile perché non legata indissolubilmente a questo o quel
credo, ma finalmente connessa al «mondo della vita» e ai
suoi flussi vitali.
Antonio Nicolosi
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Dopo il
Discorso
del Re
di Tom Hooper, ancora nelle sale, arriva sugli schermi un altro film
sul
Potere
e sul rapporto che l’uomo ha con la carica e le responsabilità che
lo stesso gli attribuisce. Nel film di Moretti quest’uomo è il
Sommo Pontefice, l’Uomo che rappresenta Dio in terra: la più alta
delle missioni e il più alto grado nella gerarchia del potere
ecclesiastico. Inevitabile, a mio parere, l’accostamento tra le due
opere che
analizzano
ognuno a suo modo la crisi di identità e il peso della
responsabilità di chi è chiamato ad assolvere compiti come quello di
un Re nei confronti del proprio stato, e di un Papa, dinnanzi al
Popolo di Dio. Entrambe lo fanno nel momento storico in cui più che
mai l’essere esposti allo sguardo e all’altrui giudizio è
enormemente accresciuto dai mass media e dalle richieste del mondo
globalizzato, che non accetta limiti di riservatezza nemmeno di
fronte alle stanze più
segrete
dell’individuo e della sua intimità. Così, nel momento glorioso in
cui il Pontefice appena eletto, deve presentarsi al mondo che da
giorni aspetta di conoscere chi sarà la sua
guida
spirituale,
il cardinale francese Melville, interpretato da uno splendido
Michel Piccoli appesantito dagli anni, diviene preda di indomabili
paure fino al panico, fino alla fuga dalla Loggia Pontificia dov’è
attesa la Sua prima apparizione.
Ma il senso di
inadeguatezza, l’angoscia per l’enormità
del compito è superiore allo sconcerto che circonda le sue
imprevedibili reazioni, la tentazione di sottrarsene più grande
della vergogna.
Anche questa
volta, come già per le difficoltà di Giorgio V, viene chiamata in
sostegno la psicoanalisi, beninteso nei limiti che la Chiesa può
concedergli, perchè la Psiche – è subito precisato - non coincide
con l’Anima, e indagare nella sfera privata di Sua Eccellenza non
può avvalersi delle stesse regole di una qualunque altra terapia.
Impossibile non
rilevare quest’altra analogia tra i due film, seppure gli esiti
della cura della’Anima - o della psiche che dir si voglia - si
rivelino alquanto diversi. Nel primo, malgrado la spavalderia di un
terapeuta non proprio in regola, il risultato è vincente; qui, anche
il bravissimo professore invidiato da tutti, non regge alla
difficoltà del compito, lasciandosi regredire insieme agli altri
nel clima di un conclave grottesco, alle prese con la perentorietà
della segregazione che, in attesa che la crisi del neoeletto si
risolva, si diletta come può tra piccoli capricci e debolezze
private fino al giorno della sua inaspettata conclusione. Il
Teatro
sembra quindi avvolgere l’intera vicenda , tra comparse e
mistificazioni necessarie a sostenere l’imprevedibilità della
situazione, mentre il fuggitivo si mescola alla folla della
capitale, inoltrandosi nelle sue inafferrabili contraddizioni cui
cercare di dare un nome e una possibile spiegazione.
Deficit
affettivo?
Mancanza di adeguate cure materne?
Rincorso dalle
testate dei giornali di tutto il mondo, dalle interviste televisive
che ad ogni angolo si affannano ad arrangiare interpretazioni, il
nuovo Papa si abbandona alla leggerezza della libertà, protetto
dagli abiti borghesi, occasionalmente sostenuto da figure femminili
incontrate per caso, immergendosi nella rappresentazione
tragicomica di se stesso e nello smarrimento della coscienza, fin
quando non potrà più negarsi dall’apparire al famoso balcone
del Vaticano per dichiarare senza mezzi termini la propria verità.
Davanti alla folla ammutolita, il dramma dell’Uomo si compie.
D’altra parte, per un attimo, anche Gesù sulla croce non si vergognò
di gridare la sua fragilità.
Lilia Di Rosa
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