La più difficile delle arti è quella di connettere.
Bisogna che i potenti della terra la apprendano.
Pietro Citati
    HABEMUS PAPAM
   
 
 
   
 

 

 

Habemus Papam

di Nanni Moretti, Italia, 2011

 

La corporatura e il sorriso bonario di Giovanni XXIII. L'umiltà di papa Luciani. Il papa dipinto da Moretti è un uomo nel vero senso della parola, investito dalle sue paure e dal senso di sopraffazione che le aspettative di milioni di persone proiettano su di lui.

Privo, apparentemente, di quel libero arbitrio che proprio da Dio, secondo i credenti, discende a ogni uomo, il papa si scopre, come viene significativamente detto a un certo punto nel film, davvero il primo e contemporaneamente l'ultimo dei servi di un volere più alto.

Quale smarrimento, quale costernazione nei cardinali al momento dell'esplosione di terrore del neoeletto durante la presentazione al balcone; in un attimo sono costretti a dimenticare il rito, a mettere da parte i ruoli formali per fronteggiare senza veli e ipocrisie il loro terrore: "E se fosse toccato a me?"

Significativamente, il papa fuggiasco, interrogato da un'analista sul suo lavoro, dichiara di essere un attore. In quel momento, si fa forse strada in lui la consapevolezza di interpretare un ruolo di cui non conosce la sceneggiatura e per cui non avverte la vocazione.

Il film ha come protagonista indiscusso Michel Piccoli, in grado di dare volto e concretezza ad una fantasia, ad un'altra realtà possibile, a ciò che potrebbe diventare una Chiesa in grado di discendere per tre significativi giorni (si ricordi la morte e resurrezione di Cristo, simbolicamente dopo tre giorni) in mezzo ai suoi fedeli, in grado di ritrovare il contatto con una fede non dogmatica e sclerotizzata nei riti, ma fatta di piccole speranze, di piccole gioie e dolori quotidiani, e del bisogno di poter contare su una guida di vita in grado di dare a ciascuno la libertà che viene dall'assunzione delle proprie responsabilità e non nell'affidamento cieco ed infantile ad un'autorità costituita.

"L'anima e l'inconscio sono concetti incompatibili" ammonisce un cardinale mentre impone allo psicoanalista Moretti i «termini» del suo ingaggio. Ma proprio l'anima, nel senso di anelito spirituale, e l'inconscio sono i grandi assenti in questo film. Tanto la psicoanalisi quanto la spiritualità sono ridotti a formule vuote, a gergo tecnico, sviliti a pretesti, ad espedienti macchiettistici che fungono da alleggerimento e contraltare al racconto del dramma terribile dell'incontro del Singolo con il Destino. Questo tema, comunque, è a mio avviso rappresentato con più efficacia narrativa ne "Il discorso del Re", da me già recensito su queste pagine. Il film di Moretti, in un certo senso, potrebbe essere letto in quest'ottica come l'altro corno del dilemma; se il film di Hooper è, sostanzialmente, la storia della vittoria dell'uomo che fa del Destino il suo fato personale, e lo accetta come tale dopo un percorso di maturazione, "Habemus Papam" ci mostra la possibilità di un esito diverso.

Dove stanno infatti la grandezza, l'essenza stessa della decisione libera, l'esercizio di quel libero arbitrio che ci rende esseri umani in senso pieno? Non solo nella capacità di accettare come consonante a sé un ruolo che incarna un simbolo, ma anche nella capacità di smettere di fuggire, di non riconoscere quel ruolo come parte del proprio percorso di vita, nell'essere capaci di fronteggiare il carico di aspettative che prima ci opprimevano e dire, a testa alta: "non sono io quello di cui avete bisogno, non sono in grado di guidare, ma ho bisogno di essere guidato". Un'ammissione del genere è cosa ben diversa dalla viltà della fuga e del «gran rifiuto», per usare un'espressione altamente evocativa, indice di piena dignità quanto la capacità eroica di sostenere il peso del collettivo. Quanto coraggio nell'ammettere le proprie inadeguatezze! Ma anche per convivere con il senso di colpa che deve sostenere chi non si sente all'altezza delle aspettative altrui, e le tradisce in maniera plateale, ma ferma e consapevole.

E pur tuttavia il percorso iniziatico del papa coincide con lo sgretolamento del rigido protocollo vaticano, una lunga attesa in cui emergono gioie, difettucci, peccati di gola, e il recupero di una vitalità, di una corporeità e di un senso comunitario che dovrebbero costituire l'essenza stessa del cristianesimo "cattolico" (che oggi di cattolico in senso etimologico ha davvero ben poco). Il torneo "intercontinentale" di pallavolo ne è una metafora efficace.

La rappresentazione di un momento di crisi (accompagnato con una strizzatina d'occhio dalla significativa "Todo cambia" di Mercedes Sosa) dell'ultima monarchia assoluta ormai rimasta, avviata proprio dal suo monarca, è un segno significativo dei tempi in cui viviamo, caratterizzati da una scissione netta tra spiritualità esteriore e bassa mondanità, tra irrigidimento nel dogmatismo antirelativista e lassismo dei costumi, e induce alla riflessione sulla possibilità di raggiungere finalmente un più alto grado di maturità collettiva e magari, prima o poi, una spiritualità liberamente integrata nel quotidiano in quanto eticamente e culturalmente storica, ed aggiornabile perché non legata indissolubilmente a questo o quel credo, ma finalmente connessa al «mondo della vita» e ai suoi flussi vitali.  

Antonio Nicolosi

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Dopo il Discorso del Re di Tom Hooper, ancora nelle sale, arriva sugli schermi un altro film sul Potere e sul rapporto che l’uomo  ha con la carica e le responsabilità che lo stesso gli attribuisce.  Nel film di Moretti quest’uomo è il Sommo Pontefice, l’Uomo che rappresenta Dio in terra: la più alta delle missioni e il più alto grado nella gerarchia del potere ecclesiastico. Inevitabile, a mio parere, l’accostamento tra le due opere che analizzano ognuno a suo modo la crisi di identità e il peso della responsabilità di chi è chiamato ad assolvere compiti come quello di un Re nei confronti del proprio stato, e di un Papa, dinnanzi al Popolo di Dio. Entrambe lo fanno nel momento storico in cui  più che mai l’essere esposti allo sguardo e all’altrui giudizio è enormemente accresciuto dai mass media e dalle richieste del mondo globalizzato, che non accetta limiti di riservatezza nemmeno di fronte alle stanze più segrete dell’individuo e della sua intimità. Così, nel momento glorioso in cui il Pontefice appena eletto, deve presentarsi al mondo che da giorni aspetta  di conoscere chi sarà la sua guida spirituale,  il cardinale francese Melville,  interpretato da uno splendido Michel Piccoli appesantito dagli anni, diviene preda di indomabili paure fino al panico, fino alla fuga dalla Loggia Pontificia dov’è attesa la Sua prima apparizione.

Ma il senso di inadeguatezza, l’angoscia per l’enormità del compito è superiore allo sconcerto che circonda le sue imprevedibili reazioni, la tentazione di sottrarsene più grande della vergogna.

Anche questa volta, come già per le difficoltà di Giorgio V, viene chiamata in sostegno la psicoanalisi, beninteso nei limiti che la Chiesa può concedergli, perchè la Psiche – è subito  precisato -   non coincide con l’Anima,  e indagare nella sfera privata di Sua Eccellenza non  può avvalersi delle stesse regole di una qualunque altra  terapia.

Impossibile non rilevare quest’altra analogia tra i due film, seppure  gli esiti della cura della’Anima - o della psiche che dir si voglia -  si rivelino  alquanto diversi. Nel primo, malgrado la spavalderia di un terapeuta non proprio in regola, il risultato è vincente; qui, anche il bravissimo professore invidiato da tutti, non regge alla difficoltà del compito, lasciandosi  regredire insieme agli altri  nel clima di un conclave grottesco, alle prese con la perentorietà della segregazione che,  in attesa che la crisi del neoeletto si risolva, si diletta come può tra piccoli capricci e debolezze  private fino al giorno della sua inaspettata conclusione. Il Teatro sembra quindi avvolgere l’intera vicenda , tra comparse e mistificazioni necessarie a sostenere l’imprevedibilità della situazione, mentre il fuggitivo si mescola alla folla della capitale,   inoltrandosi nelle sue inafferrabili contraddizioni cui  cercare  di dare un nome e una possibile spiegazione. Deficit affettivo? Mancanza di adeguate cure materne?

Rincorso dalle testate dei giornali di tutto il mondo, dalle interviste televisive che ad ogni angolo si affannano ad arrangiare interpretazioni, il nuovo Papa si abbandona alla leggerezza della libertà, protetto dagli abiti borghesi, occasionalmente sostenuto da figure femminili incontrate per caso, immergendosi  nella rappresentazione tragicomica di se stesso e nello smarrimento della coscienza,  fin  quando  non potrà  più  negarsi dall’apparire  al famoso balcone  del Vaticano per dichiarare senza mezzi termini la propria verità. Davanti alla folla ammutolita, il dramma dell’Uomo si compie. D’altra parte, per un attimo, anche Gesù sulla croce non si vergognò di gridare  la sua  fragilità.

Lilia Di Rosa