La più difficile delle arti è quella di connettere.
Bisogna che i potenti della terra la apprendano.
Pietro Citati
    IL DISCORSO DEL RE
   
 
 
   
 

 

 

Il discorso del Re

di Tom Hooper, Australia/GB, 2010

 

Ognuno di noi è parte di diversi sistemi sociali, come membro di una famiglia, di organizzazioni, come portatore di ruoli ben precisi, che contribuiscono a definire la nostra identità e la cui ricchezza e varietà ci aiutano ad acquisire sempre più coscienza di noi e della nostra unicità nel nostro personale percorso di vita. Normalmente questo dovrebbe essere un processo graduale, in cui da livelli di con-fusione e partecipazione “diretta” alle cose del mondo, tipici dell’età infantile, si passa a una strutturazione sempre più articolata delle attività quotidiane e si impara anche a dare a ciascuna il giusto peso nella vita senza lasciarsi assorbire totalmente da nessuna di esse.

Ma cosa succede invece quando ci si trova ad “ereditare” di punto in bianco una tradizione secolare, prima ancora di avere la possibilità non già di scegliere, ma addirittura di essere consapevoli di ciò che il destino ha scelto per noi? Di più, cosa succede se ci si trova a dover rappresentare a livello pubblico, pur con tutti i propri umani limiti, quella tradizione e quella continuità storico-sociale che da sempre la figura del monarca incarna? Storicamente, questo è il tópos che periodicamente si è riproposto in tutte le monarchie ereditarie europee, e la monarchia inglese, con le sue molteplici contraddizioni e i suoi anacronismi, rappresenta ancora oggi un esempio calzante in questo senso.

Il film di Hooper ci fa entrare in questa realtà attraverso gli occhi e l’esperienza personale di uno dei più amati monarchi del secolo scorso, e della famiglia reale inglese dell’epoca. La vicenda del Principe Albert, duca di York, che nella figura del logopedista Lionel Logue recupera la dimensione dell’amicizia e della relazione autentica, negategli da un ambiente soffocante di rigidi protocolli e assenza di spontaneità, è la metafora di colui che ha il coraggio e l’umiltà per guardare ai propri limiti con onestà e superarli in nome del recupero di un’esistenza piena che non può essere solipsistica e fine a sé stessa, ma anche e soprattutto al servizio degli altri.

Quale evoluzione, infatti, dal timido principe balbuziente che parlando con il padre re Giorgio V dice amaramente “Noi non siamo una famiglia, ma una ditta!” ed ammira un invasato Hitler non già per quello che dice ma per come lo dice, a quel re Giorgio VI che rappresenterà uno dei più solidi esempi di coerenza e dedizione al proprio ruolo, attorno al quale si aggrapperanno le speranze della popolazione inglese durante i cupi tempi della lotta al nazismo e della Guerra, rinunciando alla fuga pur avendo avuto molte occasioni per attuarla. I confronti con il passato recente italiano sono inevitabili.

Il film è retto fondamentalmente dai due co-protagonisti, il futuro re Giorgio e il suo logopedista Logue. Proprio quest’ultimo è una figura interessante e poliedrica: istrione, un po’ imbroglione, un po’ logopedista, un po’ psicanalista, non esente da proiezioni e controtransfert di rivalsa personali che riversa sull’illustre paziente “Bertie” spingendolo all’eccellenza, a desiderare ciò che non ha mai voluto per sé, il trono, e che volentieri avrebbe barattato per un’infanzia felice, in cui abbracciare la propria madre alla morte del padre è cosa normale, e per una famiglia in cui non si è costretti a vedere le proprie figlie esitare nell’avvicinarsi a sé perché intimidite dal ruolo e dall’etichetta. Logue è tutto questo, ma è anche profondamente umano e portatore di una verità, di un attaccamento alla vita reale, palpitante, spontanea, che completerà Albert permettendogli così di incarnare al meglio e in pienezza il suo alto ufficio.

Albert compie un percorso personale di crescita ed accettazione del proprio ruolo che il fratello, re Edoardo VIII per breve tempo, non riuscirà a compiere, rimanendo invischiato in un modello di fuga dalle proprie responsabilità, tanto formali e ufficiali quanto familiari, indice di non superamento delle proprie dinamiche conflittuali e continuo tentativo non maturo di emancipazione dal ruolo ritagliato per lui dalla tradizione. Al contrario, il complessato Albert dimostrerà di essere il più forte tra i due, potendo contare sull’amore incondizionato della moglie (aspetto secondo me decisivo) e riuscendo faticosamente a far coincidere la propria evoluzione personale con l’accettazione del proprio ruolo pubblico, con gli onori e gli oneri che ciò comporta. È ciò che in teoria dovrebbe essere il percorso di individuazione, ovvero l’affermazione del proprio Sé, che trova il giusto posto all’interno di una realtà sociale in cui è “gettato”, per dirla con Heidegger.

È il destino che da subìto diventa pienamente accettato e vissuto in seguito alla crescita e all’evoluzione consapevole, il che rimanda da vicino ai concetti di Ananke, greco, e di Tao, cinese. La differenza stessa tra il concetto di Destino come qualcosa di già scritto e soffocante, da cui sfuggire, e la realizzazione personale, costruita giorno per giorno, è soltanto apparente, e legata alla nostra finitezza di esseri schiavi della temporalità, che si dissolve nel momento in cui guardiamo retrospettivamente a ciò che è già stato. Costruzione personale? Realtà effettiva? Lascio a chi legge la possibilità di farsi un’idea personale.

"Il discorso del re" è un film ben calibrato e scorrevole, a tratti commovente, in grado di rappresentare uno spaccato della vita di una famiglia reale come i Windsor senza eccessivi artifici retorici, riuscendo anche a compiere un’abile operazione di rivalutazione in un momento storico, come quello attuale, in cui la stessa istituzione monarchica in Inghilterra è messa in discussione.

 

Antonio Nicolosi